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Cento anni di analisi infantile. Il setting per la diagnosi e la cura oggi

📅 24 Novembre- 25 Novembre 2017 🚩Torino ,Sala Convention M. cabrini-Via Montebello, 28 🌐 Sito ufficiale

…e ora parliamo di Setting…

(Report del Convegno a cura della dott.ssa Giuliana Marin)

 

Società Psicoanalitica Italiana
IV Convegno Nazionale sul
Lavoro Analitico con i Bambini e gli Adolescenti

Cento anni di analisi infantile.
Il setting per la diagnosi e la cura oggi

 

Nei giorni 24 e 25 novembre 2017 si è tenuto a Torino il IV Convegno Nazionale sul lavoro analitico con i bambini e gli adolescenti. È stato un momento di incontro tra modelli teorici diversi sulla tecnica del “setting” riguardo al lavoro con bambini e adolescenti che ha portato a riflettere anche sul setting della famiglia e della coppia.  Vorrei mettere in evidenza i fili conduttori che hanno caratterizzato questo convegno rilevando quanto il setting partecipi e sia parte integrante di quello spazio, di quell’area che è il processo analitico.
Massimo Vigna-Taglianti ha aperto i lavori sottolineando che “il setting costituisce un elemento identitario”: si potrebbe dire che senza setting non c’è psicoanalisi anche se il setting è un concetto che ha subito profonde trasformazioni nel tempo.
Le relazioni hanno evidenziato l’apporto dato alla psicoanalisi degli adulti (borderline, psicosi ecc.) dalla clinica con gli adolescenti, mentre la psicoanalisi con i bambini ha portato, attraverso la tecnica del gioco, a riconsiderare il lavoro nel setting, la tecnica dell’analisi e la posizione dell’analista nella coppia al lavoro. Un grande stimolo al cambiamento della psicoanalisi era già stato dato da analisti come D.W. Winnicott, M. Klein, A. Freud.
Come ha ricordato la Presidente della Società Psicoanalitica Italiana, Anna Nicolò, sull’ analizzabilità di bambini e di adolescenti vi sono state opinioni molto diverse. A suo tempo l’istituzione della psicoanalisi era contraria alla psicoanalisi del bambino e dell’adolescente. Gianfranco Giordo a questo proposito ha ricordato che Freud ha trattato degli adolescenti (anche se li trattava come degli adulti sul lettino) e anzi li ha considerati tra i più trattabili: “ottimi soggetti da influenzare”, perché plastici. Tuttavia tutt’ora, in molti contesti, anche a livello internazionale, restano alcune difficoltà di interazione tra psicoanalisi dei bambini e psicoanalisi degli adulti. A. Nicolò ha ricordato che, a suo tempo, Winnicott aveva presentato come lavoro per l’associatura proprio il lavoro con un bambino. Ancora oggi in Italia non è possibile presentare un lavoro su un bambino per la propria associatura, mentre risulta ora possibile presentare il lavoro con un adolescente.
Nel convegno si è venuti a considerare pertanto come la clinica in età evolutiva ha portato a dover ripensare al setting, aprendolo alla famiglia, ai genitori del bambino e dell’adolescente. L’utilità dell’analizzare congiuntamente i vari membri della famiglia e di come fosse utile trattare i genitori nel lavoro con i figli era già stata rilevata in un convegno di psicoanalisi nel 1936, ma solo dopo molti anni si è potuto riprendere a parlare (e a pensare) dei vari setting possibili. È nel 2015 che René Kaës arriva a formulare una meta-psicologia del terzo tipo ponendo il quesito se possa esistere un inconscio ectopico, situato al di fuori del soggetto.
Nel convegno si è parlato di Interventi con setting integrati in cui spesso è la “relazione” madre-bambino, o meglio genitori-bambino, ad essere oggetto di osservazione e cura. Da ciò l’importanza di “curare la relazione”, come dal titolo di un libro di A. Nicolò, e che l’analista mantenga il focus tra l’intrapsichico e l’interpsichico.
Si sono così venuti evidenziando due modi di pensare al lavoro con i genitori: uno è quello che vede la famiglia solo come fonte di alleanza terapeutica, necessaria al lavoro con il bambino. Altro è quello di pensare alla famiglia come oggetto della cura; modalità a cui ha fatto riferimento il lavoro di Bachisio Carau. Estensione del metodo del setting con i genitori significa soprattutto cambiamento di ottica, che vede il disagio e la disfunzionalità collocati non solo o non tanto nel mondo interno del singolo, ma piuttosto nei “legami” che, come sostiene A. Nicolò, “uniscono tra di loro, sostengono, soffocano, nutrono o soggiogano la soggettivazione del figlio e contemporaneamente di tutti i partecipanti alla relazione. Legami che sono cocostruiti tra i partecipanti alla relazione e sono ad una dimensione di funzionamento terzo”.
Così da un lato si considerano i genitori soltanto nell’alleanza terapeutica, dall’altra essi stessi sono oggetti e soggetti di cura.
Il lavoro con bambini e adolescenti impone pertanto un cambiamento di setting e in tal caso il lavoro diviene multidimensionale così da osservare “il rapporto, la sovrapposizione, l’incontro, lo scontro” tra il funzionamento interno al soggetto e il funzionamento fantasmatico della famiglia nel quale il soggetto è inserito. Da più relazioni si è evidenziata l’importanza cruciale del setting come strumento terapeutico, non come qualcosa di dato, precostituito o immobile, ma caratterizzato da una sua “mobilità”. A tale proposito Giordo riporta che “il setting si propone come un insieme di costanti inerziali e delimitanti che contengono, consentono e regolano le variabili mobili e trasformative del processo analitico ispirato dal processo onirico”, sottolineando in tal modo il collegamento tra gioco e sogno, o meglio il gioco come estensione del sogno. Il setting va considerato un processo in costruzione, che si adatti a quanto quel bambino, quell’adolescente è capace d’affrontare. Forse si potrebbe pensare che “il setting possa avere delle attrattive che spingano il giovane paziente a passare del tempo con un analista” (P. Campanile).
Il setting implica le procedure che regolano i tempi, gli spazi, i modi del lavoro psicoanalitico, dunque non più dato inerziale, ma dato sostanziale del processo; ma la sua trasformazione più evidente è quella di setting come assetto mentale dell’analista la cui caratteristica principale è quella della elasticità. In questo convegno si è ripetutamente sottolineata questa trasformazione del concetto di setting non più come elemento predeterminato, ma cocostruito insieme ad ogni paziente a seconda del linguaggio, delle risorse, della situazione clinica. A tale proposito Daniela Lucarelli ha ricordato, riprendendo A. Ferro, il passaggio da un linguaggio all’altro nella stanza d’analisi in accordo con il linguaggio specifico che il paziente è in grado di utilizzare in quel momento.
I lavori hanno rilevato come la costruzione del setting coincida con la costruzione nel paziente di una serie complessa di fattori, quali l’accettazione del limite, la costruzione di un’area intermedia nel rapporto tra paziente e analista, tra dentro e fuori, tra mondo interno e mondo esterno, tra realtà e fantasia, e in certi casi tra il sé del bambino, dell’adolescente e la sua famiglia.
Si evidenzia dunque la “mobilità” e “complessità” del setting, la complessità dei modelli, e anche dei modi per accostarsi ai pazienti e alle loro famiglie creando, in questa concezione di setting, un’area intermedia: setting come funzione terza (Green) che porta ad internalizzare un’esperienza, aspetto che ci rimanda ai pazienti più gravi in cui manca questa capacità di avere e di conservare il funzionamento in un’area intermedia, ed è venuta meno proprio la capacità di riconoscimento del terzo.
È stata sottolineata l’importanza del setting come primo possesso preverbale, vero e proprio processo che l’analista può offrire al paziente nella costruzione del sé e della sua continuità, e anche luogo dove si possono mettere in scena i propri conflitti interni, il proprio funzionamento mentale e relazionale (la “cornice” di Green).
Irene Ruggiero sottolinea come la trasformazione del concetto di setting sia andata soprattutto in due direzioni: una è l’allargamento del testo, ricordando l’attenzione data al testo del paziente di cui ha parlato G. Giordo, con riferimento allo scenario complessivo, inclusi i movimenti, i gesti, l’uso dei tempi e degli spazi e la scelta dei mezzi di comunicazione del paziente. I. Ruggiero vi aggiungerebbe tutti i mezzi di comunicazione preverbali e non verbali; un altro versante è “l’espansione progressiva del significato di setting che viene a coprire oggi soprattutto quello di ambiente psichico in cui si hanno protoemozioni ed elementi protomentali che possono trovare una rappresentazione, essere accolti, compresi e condivisi”. Tale trasformazione non sarebbe stata possibile senza due trasformazioni a monte a cui la psicoanalisi dei bambini e degli adolescenti hanno molto contribuito. Una è la trasformazione degli obiettivi della cura analitica sempre più pensata come ampliamento dell’area della pensabilità e come accrescimento delle capacità simboliche, l’altra la trasformazione dei criteri di anazzabilità, un tempo centrati sulla struttura del paziente e oggi centrati soprattutto sulla vivibilità e potenzialità terapeutica della relazione tra quel paziente e quell’analista.
Quanto detto porta ad ulteriori riflessioni: con un analista diverso e un setting diverso si farebbe un’esperienza diversa. Flegenheimer ha ricordato che “il setting è come il silenzio al concerto”, ed ha aggiunto che il silenzio richiesto dipende dal tipo di musica che vogliamo ascoltare. Quanto espresso però influenza quello che vediamo ma anche quello che succede, influenza anche le interazioni successive, e soprattutto il processo. Sempre I. Ruggero nelle conclusioni ricorda come nei due giorni del convegno si è cercato di approfondire in che modo il setting adottato sembra dipendere da una serie di variabili: la realtà clinica, le risorse ambientali, dove si trova la sofferenza, dove si collocano le resistenze, i modelli teorici dell’analista, la sua soggettività e l’importanza di non cadere in agiti. A tale proposito Marinella Lia ha ricordato il valore di una “temperata astinenza”, che preservi l’analista dal rischio di prendere iniziative ispirate da propri impulsi o disagi non riconosciuti.
In conclusione tali riflessioni invitano a distinzioni tra quelli che sono agiti collusivi, disorientati e (aggiungerei) disorientanti nel setting da variazioni attente, ponderate e opportune che sembrano cogliere e porsi in ascolto e accoglienza della sofferenza, dei bisogni e dell’inquietudine della società in cui viviamo.

 

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