Dizionario

Ambiente

Autori: Daniela Lucarelli
Tratto da Interazioni n° 11

C’è uno stadio all’inizio dello sviluppo dell’individuo in cui l’ambiente entra necessariamente in gioco, ha un suo posto preciso e non si può quindi evitare di dargli l’importanza che gli compete.
Il neonato non ha ancora separato il NON-ME dal ME, cosicché, per definizione il NON-ME o
l’ambiente, è una parte del ME dal punto di vista dell’Io del bambino” (Winnicott, 1989 p. 487).
“Nel nostro lavoro terapeutico possiamo scegliere di studiare e isolare la distorsione che ha luogo nella struttura della personalità. Noi, però, abbiamo bisogno immediato di una classificazione e di una rivalutazione del fattore ambientale, in quanto questo influisce in modo positivo o negativo sullo sviluppo maturativo e sull’integrazione del Sé” (Winnicott, 1965 p. 175). Derivato dal latino ambiens, sta ad indicare tutto ciò che sta intorno, con un maggiore o minore riferimento o all’ambito fisico, materiale o a quello culturale, relazionale, sociale. Così il Palazzi dice: “L’aria che sta attorno e involge un corpo qualunque. Dicesi dell’aria, dell’acqua e per estensione ciò che circonda, avvolge, sta intorno”, mentre per lo Zanichelli è il “Complesso delle condizioni esterne materiali, sociali, culturali, nell’ambito delle quali si sviluppa, vive e opera un essere umano”. Oppure, ancora, per il Garzanti: “Le persone, le cose, con le quali sei a contatto; le condizioni e le circostanze nelle quali si vive”.

L’importanza e l’incidenza dell’ambiente è stata, negli ultimi cinquanta anni, oggetto di una sempre maggiore attenzione e studio da parte sia delle scienze biomediche (biologia, biologia evolutiva, neurofisiologia) e naturali (etologia, ecologia), che delle scienze umane (antropologia, storia).
Gli etologi, muovendosi nell’ambito della tradizione darwiniana, hanno cercato di ristabilire teoricamente l’esistenza degli istinti (anche se Lorenz nega l’esistenza di un processo istintivo indipendente da fattori ambientali; infatti per lui l’istinto è un accordo dell’organismo con un ambiente del quale non ha esperienza, ma sul quale ha un’informazione acquisita geneticamente), gli antropologi, con lo studio condotto su altre culture, hanno affermato che, seppure pulsioni quali l’aggressività e la sessualità sono presenti in ogni cultura, esse sono determinate in modi diversi dall’ambiente.

Si è passati da una ricerca scientifica, dominata dall’esperimento di laboratorio, dove si
presumeva che le condizioni ambientali fossero costanti e secondo la quale l’ambiente era
principalmente considerato come fonte di risposte accidentali o apprese, alla biologia
contemporanea, dominata dai concetti della teoria dell’informazione, nella quale si considera l’interazione dinamica di tutte le unità biologiche con l’ambiente, dal livello della cellula a quello dell’organismo. L’ambiente è considerato uno dei più rilevanti fattori evolutivi.
Per quanto riguarda le discipline psicologiche, il dibattito riguardante l’apporto dell’ambiente, presente da sempre, è divenuto ancor più ricco e variegato. Il ruolo dell’ambiente è stato al centro sia della dialettica tra pulsione e cultura che di quella tra deficit e conflitto. Freud stesso, pur essendosi formato intellettualmente in un ambiente scientifico che non prendeva in considerazione il dinamismo che esiste tra l’organismo e l’ambiente, si era sempre dibattuto su questo tema e, nel cercare di teorizzare il concetto di trauma, si trovò, nel corso della sua lunga elaborazione a dare una differente valutazione del fattore ambientale, passando dalla teoria della seduzione alla teoria dell’angoscia fino a giungere nel 1925, con Inibizione, sintomo e angoscia ad un’ulteriore revisione del concetto, nel quale il ruolo dell’ambiente (madre) e il bisogno di aiuto esterno in situazioni di impotenza diventano centrali per il concetto di trauma. Egli giunse così, ad una integrazione delle origini intrapsichica, intersistemica e ambientale del trauma.
Già nel 1920, Freud, scrivendo: “rappresentiamoci l’organismo vivente nella sua forma più
semplificata possibile come una vescichetta indifferenziata di una sostanza suscettibile di
stimolazione” aveva fissato un modello concettuale per lo studio di un organismo vivente in un ambiente aperto. L’idea di Freud era che la protezione dagli stimoli dell’ambiente fosse una funzione quasi più importante della ricezione degli stessi.
Il concetto di barriera contro gli stimoli esterni è stato successivamente ripreso da numerosi autori: la madre come ambiente prevedibile di Hartmann (1939), il rafforzamento ambientale di Wallerstein (1958), lo scudo protettivo di Winnicott (1956) che comprende sia l’interventopersonale della madre verso il bambino, sia la sua organizzazione dell’ambiente materiale da cui dipende il benessere del bambino stesso. Per Kris (1956) le brecce nella barriera protettiva materna hanno il carattere di pressione e costituiscono una deviazione dello sviluppo dell’Io.
M. Khan (1963) introduce poi, il concetto di trauma cumulativo, derivante dalle tensioni e dalle pressioni che il bambino piccolissimo sperimenta nel contesto della dipendenza del suo Io dalla madre, in quanto scudo protettivo e ausiliario. Questo concetto rappresenta un tentativo di offrire, nell’ambito del primo sviluppo dell’Io e nel contesto del rapporto madre-bambino, un’ipotesi complementare al concetto freudiano di punti di fissazione dello sviluppo libidico.
Dopo Freud, a partire dagli anni trenta, all’interno della psicoanalisi, si delinearono due correnti che vedevano da un lato i sostenitori della teoria delle pulsioni e, dall’altro, quelli delle relazioni oggettuali, che davano maggiore importanza al fattore culturale e descrivevano i processi intrapsichici nel contesto di un ambiente umano.
M. Klein aveva posto maggiore attenzione ai fattori di disturbo psichico interno, considerando in modo meno significativo l’incidenza dell’ambiente, ed A. Freud, con la scuola viennese, favorì la teoria della pulsione secondaria, affermando (1954) che: “il rapporto con la madre non è il primo rapporto del bambino con l’ambiente: esso è preceduto da una fase in cui hanno la massima importanza non il mondo oggettuale bensì i bisogni fisici e la loro soddisfazione o frustrazione”.
La teoria delle relazioni oggettuali, negli anni trenta e quaranta (Fairbairn, Bibring, Balint,
Winnicott), ha riportato l’attenzione sull’ambiente e sull’angoscia di separazione, con la
elaborazione successiva fatta da M. Mahler (1975) relativa ai concetti di fase autistica e
simbiotica ed al processo di separazione-individuazione.
Nel dopoguerra la psicologia dell’Io, con H. Hartmann (1939) e D. Rapaport (1958), ha
riconosciuto l’importanza del ruolo svolto dall’ambiente nella regolazione delle prime esperienze evolutive: l’inclinazione evolutiva consiste in una capacità di adattamento all’ambiente innata nell’individuo, libera dai conflitti (normale ambiente umano prevedibile). Lo sviluppo autonomo dell’Io aumenta l’autonomia dell’organismo dall’ambiente attraverso il processo di internalizzazione.
E.H. Erikson (1968), nei suoi studi sull’identità, estende il concetto di ambiente al contesto
sociale: “il mondo esterno dell’ego è costituito da ego altrui che siano per esso significativi. I membri della stessa specie e di altre specie sono sempre parte della reciproca Umwelt (ambiente)”. Egli denuncia sia la sterilità di una contrapposizione tra organismo e ambiente e tra mondo interno e mondo esterno, sia la tendenza ad isolare il rapporto madre-figlio, come entità biologica dall’ambiente.
Winnicott è l’autore che maggiormente si è interessato all’importanza dell’ambiente nello
sviluppo primario del bambino tanto da affermare che “il significato dell’ambiente per il bambino, quando egli è in uno stato di dipendenza assoluta, è tale che “non si può descrivere il bambino senza descrivere l’ambiente”. Per Winnicott la “preoccupazione materna primaria” permette alla madre di avere un comportamento adattivo verso il bambino, identificandosi con i suoi bisogni e fornendo un ambiente facilitante che sostiene e contiene (holding), necessario allo sviluppo dell’individuo e all’integrazione del Sé. La madre sufficientemente buona è quella che mette il bambino in grado di non scontrarsi con l’imprevedibile finché non è in grado di sopportare i fallimenti ambientali. Per Winnicott tutti i parziali insuccessi e l’insufficienza dell’ambiente di sostegno, nella prima infanzia, sollecitano la coazione a correggere gli squilibri e le dissociazioni intervenute nell’integrazione dell’Io. La costituzione del “falso SU è uno dei risultati
dell’incapacità dell’ambiente di assistenza ad adattarsi e ad offrire un sostegno sufficiente
(1949). Negli anni ’60 J. Bowlby , affrontando il tema delle radici psichiche del legame affettivo tra madre e bambino nell’ambito del concetto generale di istinto, postula il comportamento di attaccamento come una autonoma pulsione primaria non strettamente biologica, ma ad orientamento sociale.
Nello stesso periodo, la psicologia del Sé, con H. Kohut e il concetto di oggetto-Sé, collega
strettamente l’organizzazione dell’esperienza del Sé con la funzione dell’ambiente fino ad
affermare che: “le relazioni Sé/oggetto-Sé costituiscono l’essenza della vita psicologica; il
passaggio da uno stato di dipendenza a uno stato di indipendenza nella sfera psicologica è tanto impossibile quanto il passaggio, nella sfera biologica, da una vita che dipende dall’ossigeno a una vita indipendente da esso” (1984).
Negli anni ’80, nell’ambito della psicologia evolutiva, D. Stern (1985), enfatizzando l’importanza delle ricerche empiriche osservatine per formulare ipotesi sul funzionamento psichico normale e patologico, critica il concetto classico di barriera contro gli stimoli, affermando che: “Non c’è una differenza fondamentale nell’attività regolatrice del bambino rispetto all’ambiente esterno. La relazione del bambino con la stimolazione esterna è, dal punto di vista qualitativo, la stessa in tutto il corso della vita”. Per Stern, il bambino non attraversa una fase autistica, di isolamento dall’ambiente, ma è profondamente impegnato, fin dall’inizio nella relazione con l’universo sociale.
In tempi più recenti, le teorie intersoggettive (Storolow R.D., Atwood G.E., Brandchaft B., 1992) muovono una critica alle ipotesi psicoanalitiche classiche che tenderebbero a creare il mito della mente isolata, in quanto attribuirebbero all’individuo un’esistenza separata dal mondo della natura fisica e dal mondo dei legami sociali. La prospettiva intersoggettive intende mettere a fuoco sia il mondo dell’esperienza interna dell’individuo sia la sua immersione, accanto ad altri di questi mondi, in un flusso continuo di influenza reciproca (Storolow R.D. e Atwood G.E., 1995).
Quest’ottica propone il tentativo di ricomporre la frattura tra il dominio dell’intrapsichico e quello dell’interpersonale e di superarne le contrapposizioni.
Storolow elabora una concezione di trauma evolutivo, basata sulla psicologia del Sé, che pone in risalto la funzione di oggetto-Sé da parte dell’ambiente: il trauma è il risultato dell’assenza di risposte adeguate all’affetto doloroso del bambino, una volta che lo scudo protettivo è venuto meno”.

Bibliografia

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