Dizionario

Fantasia inconscia

Autori: Diomira Petrelli
Tratto da Interazioni n° 6

Contenuto primario dei processi mentali inconsci, le fantasie inconsce sottostanno ad ogni processo mentale ed accompagnano tutte le attività mentali. Sono rappresentazioni mentali di quegli eventi del corpo che comprendono gli istinti e derivano da sensazioni fisiche interpretate come relazioni affettive con oggetti. Esprimono una realtà interna e soggettiva sebbene, fin dall’inizio, siano connesse con una reale, seppure angusta e limitata, esperienza della realtà esterna.

I termini “fantasia” e “fantasia inconscia” nell’ambito del pensiero psicoanalitico hanno un uso molto esteso sebbene significhino cose diverse per i diversi autori (cfr. ad es. Sandler e Nagera, 1963 e Laplance e Pontalis, 1967), situazione questa che ha dato luogo nelle discussioni scientifiche a non pochi fraintendimenti. Farò qui riferimento all’accezione che il termine ha avuto nell’impostazione di Melanie Klein e che è stata esplicitata da Susan Isaacs nel ben noto saggio sulla Natura e funzione della fantasia (1948), letto alla Società Psicoanalitica Britannica nel 1943 nell’ambito delle Discussioni Controverse.

Rispetto all’uso che ne aveva fatto Freud, M. Klein introduce un’accezione molto più ampia del termine “fantasia” che finisce per modificarne radicalmente il significato. In questa nuova accezione (per la quale S. Isaacs proponeva di adoperare il termine inglese “phantasy” distinguendolo da quello “fantasy” le fantasie in quanto “contenuto primario dei processi mentali inconsci” sono attive fin dall’inizio della vita, sottostanno ad ogni processo mentale ed accompagnano tutte le attività mentali.

Nella formulazione di Freud la fantasia era una funzione piuttosto tardiva che implicava che si fosse instaurato il principio di realtà; come la gratificazione allucinatoria di desiderio, che ne era una sorta di precursore, rappresentava una forma illusoria di soddisfacimento interno e interveniva quindi solo in assenza della gratificazione esterna.

Per M. Klein invece la fantasia inconscia non si costituisce in contrapposizione alla realtà esterna, ma è un’attività continua, ubiquitaria, una sorta di sottofondo inconscio costante che caratterizza fin dalla nascita la vita mentale. Si configura come un flusso continuo e caleidoscopico di forme mentali che si sottendono all’esperienza e, in qualche modo, la organizzano, intendendo per esperienza sia quella che il bambino fa del proprio corpo, attraverso le sensazioni legate ai suoi organi e al loro funzionamento, sia quella relativa all’ambiente esterno. Questa estensione del significato del termine “fantasia”, che per alcuni critici è eccessiva in quanto farebbe coincidere la fantasia con ogni manifestazione della vita mentale, descrive il funzionamento mentale primitivo come un flusso continuo e variamente articolato di fantasie psicosomatiche che trasforma l’esperienza sensoriale in qualcosa di mentale. La fantasia inconscia è la ritrascrizione o traduzione (rappresentanza) al livello mentale di sensazioni, percezioni etc. È definita, infatti, come «il corollario mentale, il rappresentante psichico dell’istinto. Non vi è impulso, o spinta o risposta istintuale che non sia sperimentata come fantasia inconscia» (Isaacs, 1948)1. Il desiderio, sia libidico che distruttivo, è sperimentato come specifica fantasia che «porta il bambino a rappresentarsi ciò che in dettaglio egli desidera fare all’oggetto» (ivi).

1 Come sottolinea Genovese (1995), la consuetudine di tradurre in inglese il freudiano Trieb con il termine instinct (istinto) anziché con drive (pulsione) porta ad una confusione: «se infatti Instia venisse qui usato dalla Isaacs nel suo significato più propriamente biologico, ne deriverebbe che fantasia inconscia e pulsione sarebbero esattamente la stessa cosa, dal momento che proprio la pulsione viene considerata da Freud il rappresentante psichico del biologico» (Genovese, 1995, pag. 95). Se invece instinct è usato dalla Isaacs al posto di drive e designa appunto la pulsione questa, che è il rappresentante psichico del biologico, si esprime a sua volta, si manifesta, si rappresenta attraverso la fantasia inconscia. Già Freud (1915) si era posto il problema che la pulsione dovesse avere un rappresentante psichico sotto forma di “un’idea”, fare della fantasia inconscia il rappresentante psichico della pulsione permette di cogliere in termini concreti la sua presenza nella mente.

Nella formulazioni della Isaacs e soprattutto nelle Discussioni Controverse che ne seguirono (cfr. Sabatini Scalmati, 1995), si notano, mescolate insieme, nuove importanti intuizioni e l’esigenza, certamente non solo estrinseca o politica, di richiamarsi alla tradizione del pensiero freudiano.

La fantasia inconscia viene definita in primo luogo in rapporto al corpo, sia in quanto espressione mentale della pulsione e quindi dell’Es, sia attraverso la descrizione di come le prime fantasie nascono dalle sensazioni del corpo, già a partire «dagli stimoli massivi e vari della nascita e della prima inspirazione ed espirazione dell’aria» (ivi).

La definizione della fantasia quale “rappresentante psichico della pulsione”, se da un lato si pone in continuità col pensiero di Freud, rilevandone l’esigenza di mantenere alle manifestazioni psichiche un legame con il corpo ed i suoi bisogni, dall’altro, svincolandosi dai concetti più tradizionali di investimenti e cariche energetiche, reinterpreta il legame con il corpo in modo nuovo e originale alla luce di importanti ed innovative intuizioni cliniche ed osservatine sulla vita mentale più precoce, in cui appare in primo piano il ruolo della sensorialità.

Le esemplificazioni della Isaacs mirano a descrivere la massiccia e concreta presenza di questo livello sensoriale somatico nella vita psichica del bambino nell’intento di cogliere il passaggio dal livello sensoriale a quello più mentale dell’immagine e della rappresentazione. Nella fantasia questo passaggio è comunque già avvenuto. La preoccupazione, in continuità con l’esigenza di Freud di ribadire il carattere mentale dei fenomeni inconsci, sembra essere quella di garantire anche a queste prime manifestazioni un carattere mentale o psichico, senza sottovalutarne la componente sensoriale-corporea.

Le fantasie inconsce, in quanto rappresentazioni mentali di quegli eventi somatici che comprendono le pulsioni, «derivano da sensazioni fisiche interpretate come relazioni con gli oggetti che causano tali sensazioni» (Hinshelwood, 1989, pag. 35)-, nascono dalle sensazioni e dagli affetti, molto prima dello sviluppo del linguaggio, e, probabilmente, all’inizio senza immagini visive o plastiche. Il neonato, per la Isaacs, non vive una dicotomia tra il corpo e la mente ma «una singola e indifferenziata esperienza», in cui corpo e mente non sono ancora distinti e separati. «Queste sensazioni — e immagini — sono una esperienza corporea che all’inizio in modo molto inadeguato si correla all’oggetto esterno e spaziale, — i dati che provengono dalle sensazioni cenestetiche, genitali e viscerali non ne hanno bisogno. Essi tra- smettono la fantasia che ha una concreta qualità corporea, un “proprio me” (meness), sperimentato nel corpo. A questo livello è cosa ardua, se non impossibile, distinguere le immagini dalle sensazioni reali e dalle percezioni esterne. La pelle non è affatto sentita come un elemento che delimita la realtà esterna dall’interna» (ivi).

Le fantasie primitive sono vissute quindi come fenomeni sia somatici che mentali: sia gli oggetti fantastici che l’appagamento che ne deriva sono vissuti come accadimenti fisici.
La formulazione della Isaacs condensa insieme sia il legame con il corpo, attraverso la sensorialità primitiva, che il legame con l’oggetto, sempre presente nella fantasia, sottolineandone la coloritura intensamente affettiva.

Le esperienze fisiche sono vissute ed interpretate come relazioni oggettuali fantastiche, con intenso significato emotivo (e viceversa le fantasie sono legate tanto strettamente alla sfera somatica da poter influire sul funzionamento fisico). Le fantasie primarie sono determinate dalla logica delle emozioni, sono “intrise di sensazioni ed affetti” ed esprimono una “interpre- tazione affettiva” delle sensazioni corporee.

Le fantasie riguardano sempre una relazione tra il sé e l’oggetto, in quanto «la relazione con l’oggetto è connaturata al carattere e alla direzione dello stesso impulso e agli affetti ad esso connessi» (ivi). Ma l’oggetto non è più l’astratta meta dell’istinto bensì una presenza concreta e affettiva nella mente del bambino, di cui la fantasia esprime la connaturata e ineliminabile inten- zionalità verso gli oggetti. Nella fantasia il bambino fa qualcosa ad un oggetto o subisce da esso un’azione. La fantasia quindi, per quanto narcisistica possa apparire, contiene sempre una relazionalità.

Più complesso è il rapporto tra fantasia inconscia e realtà esterna. Nella formulazione della Isaacs le fantasie «esprimono per prima cosa una realtà interna e soggettiva, sebbene, fin dall’inizio siano connesse con una reale, seppure angusta e limitata, esperienza della realtà esterna» (ivi). Sia la fantasia, sia la prova di realtà, sono presenti infatti fin dai primissimi giorni di vita. Le sensazioni, non importa quanto selettivamente enfatizzate ad opera della pressione degli affetti,

Interazioni, 2, 6, 1995, pp. 165-170

mettono la mente in contatto sia con la realtà esterna, sia con gli impulsi e i desideri. «Da un certo punto in poi, — certamente dalla nascita, sebbene all’inizio non siano vissute come esterne, — le percezioni provenienti dalla realtà esterna cominciano ad influenzare i processi mentali; così le prime esperienze corporee e gli avvenimenti esterni gradualmente si intrecciano nella trama della fantasia» (ivi).

La Isaacs ribadisce tuttavia che le prime fantasie non nascono da una strutturata conoscenza del mondo esterno; la loro fonte di vita, che è interna, risiede negli impulsi istintuali ed esse esprimono una conoscenza che “è insita” negli impulsi corporei. Vengono successivamente però lentamente modificate, sia grazie allo sviluppo degli organi per la percezione a distanza della realtà esterna, sia in seguito all’emersione nel mondo simbolico della cultura (Hinshelwood, 1989).

Le fantasie sono connesse non solo alle pulsioni, ma anche alle difese e sottostanno a tutti i meccanismi di funzionamento mentale: ciò che definiamo astrattamente come meccanismo è sperimentato concretamente dal soggetto in termini di fantasie sentite come reali.
La fantasia inconscia ha estrema concretezza e realtà, è reale nell’esperienza del soggetto: è una reale funzione mentale, che ha effetti reali, non solo nel mondo interno, ma anche in quello esterno, nello sviluppo corporeo e nel comportamento del soggetto e di qui nella mente e nel corpo delle altre persone.

Questo aspetto, insieme alla costante e continua interazione con l’oggetto, sia interno che esterno, fa della fantasia inconscia un fenomeno psichico relazionale; la fantasia inconscia non solo può essere espressa e comunicata attraverso il corpo, ma ha anche effetti reali sull’interazione con l’altro, producendo modifiche rilevanti, nella mente e nel corpo dell’altro. Nelle premesse sui principi metodologici dell’osservazione diretta la Isaacs sottolinea l’importanza dell’osservazione del contesto dei comportamenti studiati, intendendo per contesto «la specifica situazione sociale ed emozionale». Solo «l’attenzione ai precisi dettagli colti in una situazione globale può rivelare il significato di un comportamento», che va poi inserito, secondo il principio della continuità genetica, nella storia precedente del soggetto.

L’essere intessute di intense sensazioni corporee ed investite emotivamente da affetti rende le fantasie inconsce vivide e reali e contribuisce a dare loro quel carattere concreto e onnipotente che ne connoterà anche il funzionamento successivo. Mentre forme più evolute di rappresentazione e di pensiero si sviluppano, fantasie primitive permangono attive nella vita inconscia dell’individuo adulto, costituendo una sorta di enclave scissa che esiste accanto e al di sotto del funzionamento più evoluto. Questo aspetto di concretezza e di profondo legame col somatico differenzia radicalmente le fantasie inconsce dal mondo delle rappresentazioni che sono immagini del sé e degli oggetti nella mente.

Nella fantasia inconscia di un oggetto interno «a causa dell’onnipotenza della fantasia primitiva l’individuo fa esperienza di un oggetto reale avvertito fisicamente presente all’interno del corpo e solitamente identificato con una parte del corpo stesso. (…) Le rappresentazioni e le immagini sono invece contenuti mentali cui manca quel senso di concretezza; essi sono riconosciuti come rappresentazioni» (Hinshelwood, 1989, pp. 513/14). Le fantasie inconsce del mondo oggettuale interno coesistono con le rappresentazioni e danno ad esse “colore, energia, passione e significato”; verrebbero così a corrispondere al concetto di investimento affettivo delle rappresentazioni di Sandler.

Come sottolinea E. Spillius (1988) il tema della fantasia inconscia, sebbene sia clinicamente molto adoperato nell’ambito della corrente klemana, non è stato sviluppato in successivi contributi teorici di autori di questa scuola, fatta eccezione per alcuni lavori di H. Segal e B. Joseph.

La Segai, oltre a riprendere le formulazioni della Isaacs, precisa meglio i rapporti tra fantasia inconscia e funzionamento mentale superiore, sottolineando gli elementi di continuità tra fantasia inconscia e pensiero: entrambi svolgono, in fasi diverse della vita del bambino, una funzione analoga che consiste nel permettere all’Io di sopportare la tensione senza una immediata scarica motoria. La fantasia è quindi una sorta di precursore del pensiero col quale mantiene anche in seguito complessi rapporti. «Il pensiero, infatti, non è solo ostacolato dalla fantasia ma è anche basato su di essa e da essa prodotto» (Segal, 1964, pag. 44). Le origini del pensiero risiederebbero in un processo di verifica della fantasia nella realtà. Rispetto all’impostazione della Isaacs, H. Segal dà molto più rilievo alla funzione dell’esame di realtà, in-fluenzata probabilmente in questo anche dal pensiero di Bion, al quale fa esplicito riferimento proponendo una sovrapposizione del concetto di fantasia inconscia rispetto a quello di preconcezione. «Le fantasie inconsce sono una serie di ipotesi che possono essere messe alla prova della realtà» (Segal, 1991, pag. 35). Sia nella costituzione che nello sviluppo successivo delle fantasie la realtà ha un peso importante: l’autrice insiste infatti sullo scambio continuo tra fantasia e realtà che durante la crescita si influenzano e si modificano a vicenda, in una “lotta costante” tra l’onnipotenza della fantasia e l’urto della realtà. L’esame di realtà, presente in qualche modo fin dall’i-nizio della vita, vi svolge una funzione centrale: la vita mentale sarà influenzata in modo cruciale dalla capacità di riconoscere e tollerare la discrepanza tra le fantasie onnipotenti e la realtà.

Sviluppando le affermazioni di S. lsaacs sul rapporto tra meccanismi di difesa e fantasie inconsce H. Segal sottolinea come la dinamica delle fantasie inconsce determini il formarsi della struttura mentale e il carattere di base della personalità. «La struttura della personalità è in grande misura determinata dalle più permanenti tra le fantasie che l’Io ha di se stesso e degli oggetti che contiene» (Segal, 1991, pag. 30). E’ appunto questo collegamento tra strutture e fantasie inconsce che rende possibile influenzare attraverso l’analisi la struttura dell’Io e del Super-Io.

Bibliografia

  • Freud S., “Pulsioni e loro destini”, OSF, vol. 8, Boringhieri, Torino, 1976.
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  • Genovese C., “La fantasia-realtà nella dimensione protomentale”, in M. Ammaniti e D.N.
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  • Laplance J., Pontalis J.B., Vocabulaire de la psychanalyse, Presses Universitaires de France, Paris, 1967 (trad. it. Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza, Bari, 1968).
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  • Segai H., Dream, Phantasy and Art, Routledge, London, 1991 (trad. it. Sogno, fantasia e arte, Milano, 1991).
  • Spillius Bott E., Melanie Klein Today, vol. 1, Routledge, London and New York, 1988 (trad. it.: Melanie Klein, vol. 1, Astrolabio, Roma, 1995).