news

Torna a news

Gli inconsci che ci abitano. Psicoanalisi dei legami familiari e di coppia – Recensione


recensione di Donatella Lisciotto

 “Possiamo ammalarci in un altro e curarci in un altro”.

  Con queste parole Anna Nicolò nel suo ultimo libro “Gli inconsci che ci abitano” descrive la complessità e la profondità che caratterizza la narrazione familiare. Il libro è denso di contenuti espressi in modo scorrevole e approfondito in cui si riconosce la vasta esperienza psicoanalitica dell’autrice, la sua enciclopedica cultura scientifica e la sua generosità.

L’approccio è didattico e al contempo sempre accompagnato dall’agio del dubbio e della sperimentazione, dal confronto e dalla conoscenza del pensiero di altri autori, dall’andare oltre il sapere collaudato. Leggerlo è un vero e proprio apprendimento.

Anna Nicolò è una pioniera, la sua ricerca scientifica ha sviluppato nel tempo un modello psicoanalitico applicato alla coppia e alla famiglia che viene raccolto in questo volume.  L’entusiasmo per la conoscenza, la spinta propulsiva verso lo studio e la ricerca, e l’apertura della personalità di Anna Nicolò sono contagiosi, così come ben sa chi ha fatto l’esperienza di lavorare con lei.  Personalmente resto sempre colpita dallo slancio di Anna verso la psicoanalisi come scienza conoscitiva che promuove applicazioni del metodo anche in ambiti in via di sviluppo o addirittura inesplorati. Uno slancio che ritrovo anche in tante altre occasioni.

Già il titolo del libro, declinato al plurale, ci inoltra nella vastità del mondo dell’inconscio, degli inconsci per meglio dire, e anticipa il fatto suggestivo di esservi immersi, di essere abitati, di trovarsi, senza saperlo, in un movimento attivo che si snoda attraverso le interazioni, si lega agli inconsci che incontra, descrive un inconscio conduttore e collettore di esperienze attuali e tramandate.

Gli inconsci che ci abitano” inizia con un’approfondita panoramica del pensiero di psicoanalisti nazionali e internazionali che hanno sviluppato interessanti teorie sul funzionamento della coppia e della famiglia.  Ma il corpo centrale del libro è l’importanza riconosciuta al legame, all’interazione: uno degli elementi fondanti del modello psicoanalitico di Anna Nicolò.

Attraverso il dialogo coraggioso, intimo e segreto, che il soggetto stabilisce con se stesso, Anna Nicolò propone una visione innovativa che costituirebbe la base, il punto di partenza per poter sviluppare, successivamente, un legame con l’altro e col mondo esterno nelle sue varie componenti.

Nessuno sarà mai del tutto incapace di creare una coppia come nessuno è completamente impossibilitato a stare solo: la nostra capacità di stare soli non è altro che la nostra possibilità di stare in coppia creativa con noi stessi. Il senso stabile del sé, la capacità di essere soli nasce dall’ attingere a una coppia creativa interna, dall’essere in coppia creativa con se stessi” (p. 77).

Con queste parole Anna Nicolò chiarisce un concetto potente: il legame si costruisce innanzitutto con se stessi o con parti fantasmatiche anche trasmesse dalle precedenti generazioni, che già nel 1996 identificava come “configurazioni relazionali”. Succede che internamente ogni soggetto dialoghi con differenti configurazioni di sé e stabilisca in questo modo una prima interazione. Questo vertice esplora ed elicita l’esistenza di una molteplicità di sé che si riattivano o attivano per la prima volta, affiorando dall’inconscio, attraverso appunto l’interazione con se stesso e con l’altro, e dà l’idea dell’esistenza di altrettanti molteplici inconsci.

Essere in “coppia creativa con se stessi” rimanda al pensiero winnicottiano che prevede che l’individuo si istituisca attorno alla capacità di stare solo – che prescinde dal senso di solitudine. E piuttosto un traguardo a cui bisognerebbe tendere e su cui bisognerebbe lavorare. Si direbbe dunque che, per uno sviluppo armonioso della personalità e un buon rapporto con l’esterno, la prima interazione debba essere con se stessi.

Questo pone le basi anche per uno stare in coppia con l’altro equilibrato e creativo, salvaguardando il senso di estraneità (Puget) e di separatezza. In questa prospettiva si intravede anche la dimensione del gioco e della giocosità che rende le azioni dell’individuo uniche, originali e creative, e che mi ha fatto pensare al romanzo “Piccoli esperimenti di felicità” (2015) di Hendrik Groen, un ottuagenario che finalmente intraprende un dialogo dentro di sé che lo rende felice trasformando la sua esistenza.

Un aspetto illuminante è la constatazione che all’interno dell’individuo non esista un sé unitario e unico ma diversi sé possono interagire con parti dell’altro quando si verificano specifiche situazioni, oppure restare incapsulati e inattivi. Le differenti versioni del sé costituiscono ogni persona e possono affiorare slatentizzandosi dalla scissione e dalla dissociazione che fino a un dato momento le ha mantenute sotto traccia, per interagire all’interno di un legame che li convochi. Per il soggetto può risultare impegnativo, quando non disturbante, sopportare o supportare la conoscenza delle diverse sfaccettature coesistenti del sé che, il più delle volte, possono palesarsi senza essere stati coscientemente convocati.

“I rapporti di coppia si possono rivelare profondamente trasformativi, non solo perché modificano le nostre esperienze interne, ma anche perché attivano versioni di noi che sarebbero rimaste altrimenti obsolete o nascoste tutta la vita”. (pg42)

Si direbbe dunque che ogni coppia crei legami precipui, e che gli stessi membri di una coppia possano creare legami differenti se ingaggiati all’interno di nuove coppie.

La comunicazione inconscia che si attiva nell’interazione tra le persone spinge a pensare all’esistenza di un livello interpersonale dell’inconscio.

A questo proposito Anna Nicolò afferma: “Portiamo dentro di noi eredità impensate e impensabili, a livello individuale, a livello familiare, ma anche a livello collettivo, a causa di drammi violenti e dinieghi di massa” (p. 23).

 Non si può non immaginare la ricaduta che la violenza e l’efferatezza a cui stiamo assistendo oggi nel mondo non segni drammaticamente l’inconscio collettivo con conseguenze che ricadranno soprattutto sulle generazioni a venire. Il diniego di massa che, lo vediamo, scatta per evitare la drammaticità di certe situazioni, induce la banalizzazione e la superficializzazione a danno della complessità del pensiero, e amputa significativamente i processi creativi della mente.

“[…] i figli adottano le qualità e i tratti dei genitori, i loro codici, conservandoli a volte per tutta la vita […] giungono persino a dissociare e a spegnere, in accordo ai desideri parentali, gli inconsci, le loro iniziali percezioni autonome e indipendenti, proibite e scotomizzate, per ragioni perlopiù inconsce dal contesto ambientale” (p. 117).

Così meccanismi di scissione e negazione messi in atto per fronteggiare il dolore mentale e le emozioni, anche non propri ma tramandati assieme al trauma inelaborato, spengono pian piano l’individuo che usando le parole di Cabrè citato da Nicolò “non sente più dolore perché non esiste” (Martin Cabrè, 2008).

Anna Nicolò definisce il legame un “elemento terzo” collocato sullo sfondo “come lo scenario di un palcoscenico mentre gli attori interpretano i differenti personaggi della pièce teatrale” (p. 35).

Il legame non si stringe dunque con un oggetto come avviene nella relazione oggettuale bensì con parti inconsce e spesso irrappresentabili dell’altro, quelle che provengono da traumi inelaborati, dalle zone rese mute della persona o da ciò che l’ha ammutolita per sempre.

La teoria di Anna Nicolò è perciò relativa agli aspetti inconsci che intervengono e interagiscono tra i membri della famiglia e della coppia caratterizzandone i comportamenti, e ponendo in essere la storia familiare.

È cruciale considerare il momento in cui il livello intrapsichico e il livello interpersonale agiscono tra di loro, in cui avviene un’articolazione. Per questo nella terapia di coppia e familiare è importante attenzionare quale sia il funzionamento intrapsichico dei componenti e come questo si declina nell’interpersonale, cogliere l’impianto difensivo che origina dall’organizzazione della personalità di ognuno e che si estende oltre riversandosi all’interno di una interazione in cui agiscono elementi inconsci di tutti i componenti insieme alle difese adottate per affrontare traumatismi e conflitti. Non è dunque solo la trasmissione traumatica che si snoda all’interno della coppia e della famiglia, ma anche quella delle difese individuali e interpersonali che i membri della famiglia hanno adottato e adottano per superare la sofferenza, posto che non vi può essere evoluzione senza sofferenza psichica e non vi può essere pensiero se la si evita.

Si direbbe che il gruppo familiare abbia una sua “personalità” determinata dalle proiezioni reciproche, dalle identificazioni, dai patti inconsci e dal processo di fantasmatizzazione.

A chi appartiene il fantasma che circola all’interno della famiglia?… e perché in taluni casi è così resistente?… a chi o a cosa è utile se non indispensabile? A questi interrogativi che affiorano nella mente del terapeuta di coppia e famiglia, Anna Nicolò, riprendendo il pensiero di Meltzer, sottolinea come sia importante al cospetto di un gruppo familiare chiedersi: “chi è il portatore della sofferenza del gruppo?  Con quali meccanismi viene evitata ed evacuata o modificata? A detrimento o a vantaggio di quali aspetti della famiglia o di quali membri, queste strategie sono organizzate?” (p. 217)

Nella famiglia succedono processi complessi e in qualche misura affascinanti. Mi riferisco a specifici meccanismi di difesa che vengono adottati per svicolare dall’incontro con il dolore psichico, proprio e dell’altro. La “traslocazione” del dolore, ad esempio, è uno dei più comuni: con questa difesa un componente della famiglia trasloca il suo dolore su un altro componente che diventa depositario (Bleger) del dolore altrui, così come puòtrasportarlo” in un altro spazio e un altro tempo. Questo meccanismo introduce il concetto di inconscio ectopico (Kaës), un inconscio non più relegato in un unico luogo ma rintracciabile anche altrove, un inconscio condiviso, un inconscio intersoggettivo. È affascinante pensare che gli inconsci anche a distanza siano comunicanti – secondo la fisica quantistica – oltre che comunicativi.

Sempre considerando la mobilità e la comunicatività degli inconsci secondo Anna Nicolò, nella famiglia – “organismo multidimensionale” – avviene inconsciamente uno scambio continuo, sicché “può accadere che un membro risponda con uno stato somatico o con un agito allo stato psichico o al sogno di un altro o viceversa (p. 46).

Ciò che è interessante è che in questo processo collettivo è coinvolto anche il terapeuta nel momento in cui entra in contatto con il dolore psichico profondo e inespresso del gruppo familiare e le sue dinamiche. Bisogna dunque tenere conto del rapporto fra le fantasie inconsce individuali del paziente, del gruppo familiare e del terapeuta. Esiste in talune famiglie “una fantasia inconscia collettiva” trasmessa in modo transpersonale in cui assume rilievo l’interfantasmatizzazione ed è in questo interstizio pregno di fantasmi e traumi irrisolti che il terapeuta si troverà inserito, ed è da questo luogo che potrà avviare un processo di pensiero trasformativo utilizzando le informazioni controtransferali e transferali anche corporee.

Il mito familiare è uno degli elementi del processo di interfantasmatizzazione assunto inconsciamente e rappresentato dal gruppo famiglia. Nel mito la famiglia si trova a ripetere modalità relazionali inconsce caratterizzanti la storia familiare. Si tratta di “nuclei che coagulano e organizzano attorno a sé una buona parte della vita emotiva e fantasmatica della famiglia, depauperando altri aspetti della vita di relazione. La funzione di questi elementi è quella di ripetere compulsivamente il funzionamento legato al trauma” (p. 125); ma può essere anche una costruzione narrativa che coagula possibili spiegazioni del trauma, non solo racconta […] ma contiene in nuce un suo tentativo di elaborazione” (p.127).

Traumatismi irrisolti si manifestano attraverso i sintomi di un membro della famiglia o nel funzionamento dell’intero gruppo familiare, e vengono intercettati nel controtransfert dall’analista. Si direbbe che, laddove è fallito il superamento del trauma, l’individuo non si arrende e porta avanti un processo elaborativo (che diventa gruppale e transgenerazionale) attraverso la capacità mitopoietica familiare.

Il segreto invece, afferma l’Autrice, è ben distante da quell’area segreta del sé winnicottiana: la sua funzione, al contrario, mira a sottrarre spazio elaborativo e incatenare l’Io al trauma irrisolto ripetendolo inconsciamente all’infinito.

Come spesso accade sono gli artisti, i poeti, i pittori, gli scrittori a dare parola e immagine a certi funzionamenti inconsci.  Così alcuni registi come Comencini, citato nel libro con il film “La bestia nel cuore”, o come Vinterberg con “Festen” nell’articolo pubblicato in uno dei numeri della rivista Interazioni (Marin-Lisciotto,1/2025), rappresentano molto bene non solo la trasmissione transgenerazionale del trauma ma anche le difese  familiari che “passano” per via transpersonale in una ripetizione senza fine.

Un punto di forza del libro, a mio avviso, è l’analisi che l’autrice fa del femminile. Un’analisi attuale partendo dalla storia e da un’attenta osservazione del sociale. Anna Nicolò identifica alcune capacità della donna – l’empatia, la reciprocità, la preoccupazione materna primaria, la capacità riproduttiva – come elementi che provocano invidia e competizione e connotano la donna come “madre arcaica e potente da combattere e sottomettere” (p. 144).

La condizione di passività, sottomissione e inferiorità sembra tramandarsi atavicamente nel rapporto tra madre e figlia, spesso connotato narcisisticamente piuttosto che libidicamente come avviene tra la madre e il figlio maschio. Questa condizione sembra inalienabile e senza via di scampo per la donna e avere un peso nell’interazione con l’uomo e, più in generale, una significativa ricaduta nella società.

Se la donna rivendicherà la sua forza nelle conquiste sociali, nell’affermazione di sé, sembrerà seguire la strada della mascolinizzazione; se rivendicherà le sue qualità intrinseche, la società in cui viviamo farà molta fatica a darle uno spazio e un riconoscimento, e in primo luogo dove questo dovrebbe avvenire è il legame di coppia” (p. 146).

All’origine di tale storicizzazione che caratterizza il legame tra maschile e femminile si possono far risalire taluni fenomeni di violenza, sia psichica che fisica, di cui da sempre si ha notizia ma che oggi sono ancora più pregnanti e presenti nella società.

Accanto a questa analisi che si distingue per acutezza e modernismo, personalmente ho trovato altrettanto incisiva e attuale la disamina che, a partire dall’importanza della figura paterna, Anna Nicolò sviluppa della condizione sociale che caratterizza la contemporaneità. Nel riportare la frase di Ulisse di Joyce “il padre è un male necessario” l’Autrice sottolinea l’importanza della figura paterna all’interno del gruppo familiare nel processo di superamento del conflitto edipico – utile a facilitare lo svincolo dal sentimento oceanico – e di affermazione della norma. La figura del padre all’interno della coppia e della famiglia rappresenta “un limite all’interdizione dell’incesto e del parricidio” (p. 101), ma anche dell’esercizio della violenza e della sopraffazione – oggi verosimilmente diffuse nella società attuale – laddove, afferma Anna Nicolò, “la difficoltà ad accettare il limite e a non riconoscerne l’utilità […] nonché la negazione della morte […] hanno creato una situazione irrealistica dove l’obiettivo è evitare il dolore depressivo e negare onnipotentemente ogni possibile disillusione” (p. 147). Un’analisi verissima che induce a previsioni sconsolanti dal momento che, come afferma ancora Nicolò, se “[…] il nome del padre fonda l’identità in una catena generazionale e trasmette un’eredità” (p. 101), gli assai discutibili modelli sociali e politici dell’epoca attuale saranno destinati a mantenersi e intensificarsi nelle generazioni a venire.

Crisi della funzione del limite – dice l’autrice – crisi del desiderio, messa in crisi del simbolico” (p. 105).

Si direbbe – guardando il panorama globale – che a codeste “crisi” si reagisca con espressioni di macismo, spregiudicatezza e assenza di pensiero.

Un ulteriore elemento rilevante del libro è l’uso del sogno nella terapia di coppia e familiare. Esso ha insieme un effetto attrattore delle componenti inconsce del gruppo e induttore di associatività e di cambiamento.  Nella seduta familiare e di coppia – dice Anna Nicolò – il sogno introduce una dimensione polisemica che va attenzionata in tutti i suoi livelli e interpretata tenendo conto che essa esprime un funzionamento interpersonale e non soltanto individuale.  Nella coppia e nella famiglia il sogno non appartiene solo al sognatore, piuttosto questi è portatore di contenuti inconsci dell’altro, degli altri.  Si sa che la capacità di sognare presuppone la costruzione di uno spazio psichico, ed è questo spazio che accoglie le precipuità inconsce del soggetto, ed è (anche) nel sogno che queste si possono rivelare. Nel sogno allora si può osservare l’interazione di coppia, dagli aspetti collusivi a quelli difensivi, proiettivi, evacuativi, a quelli che rivelano la scelta inconscia del partner e persino prevedono gli agiti. Viceversa “quando il lavoro terapeutico consente di modificare l’incastro inconscio tra i mondi interni dei partner, di renderlo mobile, di migliorare la capacità di ciascun membro di differenziarsi e quindi ristabilire un nuovo legame nella coppia, allora può accadere che sogni decollusivi segnalino questo passaggio” (p. 195). Si direbbe che l’affetto o la sensazione rigettati o dissociati di un membro della famiglia o della coppia possano “visitare” il sogno di un altro membro del gruppo che li “sogna” al posto suo e li mette in condivisione col gruppo nel corso della seduta di terapia familiare.

In tal modo attraverso il sogno “non parliamo di recupero di ricordi rimossi […] ma possiamo osservare come il partner o anche l’analista nella coppia analitica possano contattare sensazioni e emozioni rigettate dal soggetto, affetti e impulsi non riconosciuti e non pensati” (p. 193). Ritorna il concetto affascinante per cui l’inconscio del terapeuta viene convocato da quello del paziente, realizzando una comunicazione ineffabile e potentissima con risvolti positivi e negativi per entrambi.

Vorrei concludere questa recensione certamente non esaustiva, con l’auspicio dell’Autrice che è, poi, anche la sua cifra distintiva, cioè rimettere continuamente e in maniera propositiva in discussione ciò che si è acquisito non tanto per rigettarlo  aprioristicamente ma per fugare il  dogmatismo, una condizione  che rinchiude la mente e depotenzia il pensiero; piuttosto, come ci ha insegnato Anna Nicolò, bisogna promuovere sempre la spinta verso la conoscenza, la fiducia nella capacità di oltrepassare ciò che si è raggiunto e avere il coraggio delle proprie intuizioni affinché

problemi che prima ci sembravano insormontabili possano trovare nuove vie di trasformazione” (p. 209).