Interazioni

Interazioni tra il bambino e il suo ambiente: il bambino osservato e il bambino ricostruito

N. 11 Anno 1998


Editoriale

+Lilia Gagnarli, Bachisio Carau Il bambino e il suo ambiente: presentazione

Perché un numero sulle interazioni tra il neonato e il suo ambiente? In che modo la psicoanalisi
affronta ed influenza questo tema? Quale psicoanalisi? Quali sono i riferimenti teorici che vengono utilizzati nella pratica clinica e nell’organizzazione dei servizi per la prima infanzia? Questi ed altri interrogativi pensiamo siano ineludibili al lettore che rifletta su una problematica così vasta e complessa. Potremo dire, anzi, che più che risposte conclusive o esaustive l’articolazione dei temi proposti, che circoscrivono alcuni ambiti di ricerca con momenti teorici e sviluppi operativi, non può che sollecitare ulteriori domande e, speriamo, la curiosità della ricerca. La domanda è in che modo la ripetizione di schemi di relazione madre-bambino vada a formare o a strutturare modelli operativi interni e inoltre quali sono gli affetti, le rappresentazioni e le fantasie che eventualmente si veicolano attraverso questa interazione.
Se la base del benessere psichico è avere una percezione di sé come valore, come degno di essere amato e apprezzato quale significato hanno nella percezione di Sé le esperienze precoci. Il concetto winnicottiano di madre-ambiente capace di empatia e di vedere le cose come le vede il figlio così da confermarlo nel suo sentimento di “essere”, quando tutto va bene; assume connotazioni diverse nello sviluppo patologico, come osserviamo nella clinica, e ci porta a fare ipotesi diverse sulla natura dell’interazione primaria e soprattutto sulla risposta dell’ambiente primario. Osservazione clinica e osservazione dello sviluppo dunque, ma quale interazione tra loro? D. Winnicott (1971) affermava con forza che abbiamo bisogno, nella clinica, di una teoria solida dello sviluppo, J.D. Lichtenberg, (1983) si soffermava sulla “sfida” della ricerca sul neonato alla teoria psicoanalitica. Gli articoli di questo numero di Interazioni affrontano il tema della nascita e sviluppo del Sé e della trasmissione transgenerazionale attraverso il vertice dell’Infant Research, dell’Infant Observation e della Developmental Psycology, movimenti che hanno profondamente influenzato il conoscere psicoanalitico negli ultimi decenni. L’influenza dell’Infant Observation sulla psicoanalisi ha suscitato ampi dibattiti ormai datati, potremo dire, che tuttavia si ripropongono, come quello fra Stern e Palacio Espasa (che riportiamo) con la stessa forza di una ricerca agli inizi.
Nel Journal of the American Psychoanalytic Association del 1996 P.H. Wolff, psichiatra dell’Harvard Medicai School e del Children’s Hospital di Boston nonché psicoanalista dell’Istituto di Boston afferma con decisione in un articolo cui hanno fatto seguito interventi di molti studiosi, che le ricerche ed i risultati derivanti dagli studi effettuati attraverso l’Infant Observation sono del tutto irrilevanti per la psicoanalisi, posizione provocatoria che pare mettere in guardia, soprattutto, dalla facilità con cui vengono a volte interpretati risultati derivanti da ricerche effettuate in campi diversi. Egli dà una definizione di psicoanalisi piuttosto ristretta ritenendo che “le teorie psicoanalitiche dovrebbero occuparsi dei fenomeni compresi all’interno dei concetti di idee inconsce, motivazioni nascoste e rimosse, e che esse dovrebbero specificare un metodo o metodi per esplorare i significati polisemici delle fantasie irrazionali, dei sogni e delle azioni che si presume siano motivate da idee inconsce”. Afferma, inoltre, che gli scopi di una cura attraverso le parole sono “capire” l’attuale psicologico nei termini del passato personale rimosso confrontando i pazienti con i loro desideri inconsci, piuttosto che “spiegare” il presente psicologico in termini di eventi reali del passato e trovare analogie tra il rapporto madre-bambino e il rapporto pazienteanalista. È una posizione che nell’attuale panorama degli indirizzi riguardanti il modello psicoanalitico (vedi il numero precedente di Interazioni) si situa tra i sostenitori del modello uni-personale per non rompere i corretti parametri del setting. Le critiche che l’autore apporta agli studi eseguiti da psicoanalisti utilizzando l’Infant Observation all’interno dell’Infant research riguardano essenzialmente tre punti:

  • 1. sono usati aspetti induttivi, una strategia attraverso la quale gli psicoanalisti utilizzano quei dati di evidenza che si attagliano alle teorie ipotizzate, non prendendo in considerazione le evidenze negative (per esempio rispetto alla valutazione delle continuità o discontinuità dello sviluppo psicologico);
  • 2. le affermazioni riguardanti gli stati mentali soggettivi del bambino sono effettuate attraverso analogie effettuate dalla posizione di persone adulte (si riferisce soprattutto alle ricerche di Stern ed Emde);
  • 3. le teorie moderne continuano ad utilizzare un ragionamento circolare che era già evidente nell’opera di Freud a partire dalla proposta del bambino perverso-polimorfo.

Tra gli autori che hanno partecipato al dibattito, Fonagy assume una posizione totalmente critica rispetto alle posizioni di Wolff contestandogli punto per punto, “i problemi epistemologici, osserva, sorgono inevitabilmente quando una linea di pensiero scientifici si sovrappone ad un’altra, e l’Infant Research non fa eccezione. Non esiste una semplice risposta alla domanda se si può considerare che l’infant Research abbia una influenza diretta sulla teoria psicoanalitica? La posizione di ciascuno dipenderà dal modello psicopatologico prescelto. I teorici che ritengono che la psicopatologia adulta (o infantile) può essere meglio compresa senza ipotesi evolutive (per esempio gli psichiatri di formazione biologica il cui fuoco sono unicamente i fattori genetici) troveranno poco di illuminante nell’Infant Research. Chi di noi pensa che le esperienze psicosociali primarie abbiano un importante ruolo causale saranno sempre molto interessati nel conoscere il più possibile sull’infanzia quanto le scienze evolutive permettono”.
Dal suo punto di vista la comprensione del comportamento infantile può delimitare speculazioni psicoanalitiche riguardo all’esperienza infantile specificando le competenze possedute dal bambino nei vari stadi dello sviluppo ritenendo così come improbabili ipotesi genetico-evolutive che presumono capacità al di fuori del periodo di sviluppo ipotizzato.
È un aspetto questo ripreso anche da Shapiro che pur criticando Wolff in quanto egli stesso cade negli errori di induzioni enumeratine e di ragionamento circolare, ritiene che il lavoro quotidiano dell’analista non comporti una inevitabile riedizione delle sequenze evolutive derivanti dalle osservazioni degli stadi precoci della vita, però ritiene che gli studi dell’Infant Research potrebbero dare molte indicazioni per capire quali siano le determinanti del funzionamento inconscio e l’importanza non solo delle esperienze del periodo preverbale ma anche di stadi più evoluti dello sviluppo.
Una psicoanalisi senza una prospettiva evolutiva arricchente, ed una continua possibilità di influenzare il nostro lavoro, sarebbe una psicoanalisi veramente poco interessante. Il dibattito fra Stern e Palacio Espasa con cui si apre questo numero testimonia della complessità delle posizioni rispetto alla trasmissione intergenerazionale, complessità ben illustrata nell’introduzione di Muratori; se per Stern ciò che conta sono le interazioni reali primarie ed i suoi studi sul periodo preverbale dello sviluppo si focalizzano sulle rappresentazioni implicite ed esplicite e di come queste concorrono alla formazione dell’inconscio ( un inconscio ben diverso da quello freudiano), per Palacio Espasa sono fondamentali gli affetti e i conflitti; egli condivide che il bambino non prende l’immagine della madre bensì le sue modalità interattive, però “ciò che aggiunge la teoria psicoanalitica è il giudizio morale cioè la qualificazione dell’esperienza che assicura la sopravvivenza o la minaccia, ed è questa la Fonte del conflitto”. L’articolo della Vallino sviluppa il pensiero sull’uso e il significato dell’Infant Observation, contestando le posizioni di Wolff e sottolineando il contributo che la psicoanalisi italiana ha offerto sviluppando l’idea che la funzione psicoanalitica della mente intesa in senso tridimensionale è una capacità di entrare in relazione con l’altro e nello stesso tempo riflettere su di sé ed è proprio attraverso questa capacità che è possibile conoscere il bambino reale, capacità e contesto emotivo distanti dalle situazioni sperimentali.
Nunziante Cesaro ci accompagna invece in una lettura del rapporto tra mondo interno e mondo esterno nello sviluppo precoce del lattante ed alle connessioni tra ciò che è osservabile e ciò che è deducibile affrontati da una posizione winnicottiana della indifferenziazione primaria madrebambino alla nascita e nelle prime settimane di vita. L’articolo di Martinetti dopo una breve panoramica delle posizioni teoriche illustra tre quadri clinici riferiti ai disturbi dell’autoregolazione, alla depressione post-partum e alla sindrome da infantilismo primario evidenziando “il complesso e mutuo scambio interattivo che si sviluppa fra madre e bambino e la differenziata capacità del bambino di stabilire modalità di relazione diversificate fin dal primo anno di vita”. Gli articoli riguardanti le applicazioni della psicoanalisi nei servizi, lungi dall’essere esaustivi delle esperienze oggi in atto, vogliono costituire un piccolo esempio di come l’ottica psicoanalitica può qualificare interventi nei nidi, nelle scuole materne o nei servizi territoriali in genere. I due contributi inseriti nel settore ricerche e confronti affrontano il tema della famiglia normale. Il primo focalizza il passaggio dalla diade alla triade effettuato in situazione sperimentale e discusso da professionisti di orientamenti diversi per studiare le convergenze o meno di osservazione e riflessione. Il secondo si propone l’acquisizione di dati che permettano di definire la cosiddetta famiglia normale; individua linee guida relative alla capacità del bambino di sviluppo o regressione in rapporto al funzionamento delle famiglie ed evidenzia analogie o differenze tra le dinamiche della Baby-observation familiare e le sedute di terapia familiare. Lo strumento adottato è stato quello dell’osservazione video-registrata di famiglie nel loro contesto di vita quotidiano. Il caso clinico illustra il contributo della teoria dell’attaccamento allo studio dei disturbi del
sonno.

Bibliografia

  • Journal of the American Psychoanalytic Association, v. 44, n. 2, 1996
  • Winnicott D.W. (1971), trad. it. Gioco e realtà, Armando, Roma, 1974.
  • Lichtenberg J.D. (1983), trad. it. La psicoanalisi e l’osservazione del bambino, Astrolabio, Roma, 1988.

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