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Alcune note da condividere.

Con il coordinamento di Ludovica Grassi

Riproduzione vietata
di Donatella Lisciotto

Non è facile, in questo particolare momento, separare l’assetto professionale da quello personale. Credo sia importante, ora più che mai, non disgiungere la persona dall’analista. Allo stesso modo, mai come adesso, possiamo contare sulla forza dell’equipaggiamento psichico di cui la nostra formazione ci ha dotati.
L’angoscia, lo spaesamento, la paura “reale” del contagio, la paura “reale” della morte e, soprattutto, del morire da soli, o di non poter assistere i nostri cari nel momento della malattia e della morte, la privazione di tutto, persino dei riti funebri, sono condizioni perturbanti e antinomiche con cui ci stiamo confrontando e che sono penetrate nelle nostre vite senza presentarsi.

L’effetto traumatico è giunto senza l’evidenza del fatto traumatico. In questa situazione sembra che l’onnipotenza tracimi nell’ingenuità. E poi c’è l’aspetto dell’imprevedibilità, dell’essere colti di sorpresa. Pensando, con dolore, alla tragedia che si è consumata a Bergamo e dintorni, alle notizie che arrivano da quelle zone da colleghi e amici provo un forte sentimento di dispiacere per coloro che sono stati assaltati dal virus, che, come un cavallo di Troia, è penetrato proprio nei luoghi dove la gente andava a ripararsi dal male, andava per essere curata. Una falcidia! Da meridionale, avverto un profondo senso di gratitudine, seppure amara, per loro che hanno fatto da avamposti e hanno dato tempo a noi del sud di prepararci, di spaventarci e non farci cogliere di sorpresa. Credo sia molto importante accedere ai nostri pensieri più liberi e dolorosi, forse anche emotivi e alla nostra vulnerabilità, ma la nostra libertà di associare e il coraggio di farlo sono convinta sia quello che potrà aiutarci a sopravvivere a ogni aspetto della morte.
Con questo spirito affronto in questi giorni il mio lavoro, nella consapevolezza che i pazienti non vanno lasciati soli e che anche il nostro approccio psicoanalitico, laddove richiesto, debba essere supportivo. Alcuni pazienti, ad esempio cercano un porto sicuro piuttosto che lavorare sui conflitti. Chiedono di lavorare in economia, e io credo che un analista “sufficientemente buono” debba andare incontro alle richieste del paziente piuttosto che pensare alla salvaguardia del metodo. Ci stiamo trovando in un momento storico in cui, per la prima volta dopo la realtà della guerra (che la stragrande maggioranza di noi non ha vissuto) la psicoanalisi è chiamata a confrontarsi con una realtà esterna che, in molti casi, supera le abnormità che abitano quella interna. Quello che sta succedendo è terribilmente reale e riguarda tutti, non solo i più sfortunati, i più ignoranti, i più poveri, i derelitti, quelli che abitano in continenti lontani, quelli che sono “altro da noi”, ma tutti, dal primo ministro al senza tetto. Là, dove i luoghi non sono tutti uguali.
In questo contesto, apprendo e registro dentro di me con ancora maggiore veridicità quanto la realtà interna in cui vivono taluni pazienti più gravi sia talmente terrificante da non essere scalfita dall’attuale situazione altrettanto orribile. Questo è un parametro da non dimenticare per compenetrarci in un intrapsichico troppo lontano dal nostro ma che diventa familiare dal momento che stiamo facendo l’esperienza del mostruoso, dell’inconsolabile, dell’indefettibile.

Il mio lavoro procede come quello di tutti. Ho proseguito le terapie vis a vis via skype o in videochiamata, mentre per le analisi sul lettino ho proposto il telefono raccomandando al paziente di trovare un luogo tranquillo, dove potersi sdraiare e che fosse lontano da rumori e interferenze. La maggior parte dei pazienti ha accettato di continuare l’analisi. Alcuni che inizialmente si erano ritirati si stanno facendo risentire. Questo mi fa pensare che c’è bisogno di tempo per “cambiare le abitudini” e accettare soluzioni che prima sembravano attinenti ad altri contesti. Forse impareremo a sfruttare al meglio la tecnologia. È questione di tempo e di flessibilità. Non solo dei pazienti, ma anche nostra, degli analisti.
Ora le distanze si sono accorciate, ora che la paura rende comuni le fragilità. Forse la nostra forza, come analisti, sta nel concepire il concetto del simile, spesso oscurato dal narcisismo e dall’idealizzazione della professione.
Sono gli adolescenti quelli che hanno avuto maggiori difficoltà ad accettare il cambiamento di setting e sfruttare la tecnologia nonostante siano quelli più abituati a usarla. Questo mi ha fatto riflettere sulla peculiarità, non scontata anche se a volte da loro stessi banalizzata, che per loro assume “venire in seduta”, come costituisse uno spazio non virtuale, quel virtuale con cui sono connessi e abituati a confrontarsi, e con cui, piuttosto, precipitano nell’abisso dell’irreale. Mi sono chiesta se forse “la seduta” rappresenti per loro una finestra finalmente aperta sull’inconscio e sul suo inequivocabile spessore, sul loro mondo interno che, proprio l’attitudine al virtuale, ha surclassato. Potremmo dire che la seduta d’analisi sia l’apertura al conosciuto non pensato, o lo diventi essa stessa?
Tutti gli adolescenti che seguo hanno voluto interrompere.
Tra i giovani adulti ho invece trovato maggiore riscontro, e nonostante vivano ancora in famiglia e abbiano difficoltà a trovare spazi privati, molti hanno scelto di ritirarsi in terrazza o in automobile, piuttosto che rinunziare alla seduta.
Con le coppie abbiamo cercato orari congeniali alla presenza in casa dei figli e delle loro attività scolastiche in via telematica. Persino coi gruppi di genitori adottivi ci riuniamo alle 7.30 del mattino, quando i loro figli ancora dormono.
Nella valutazione della bontà della cosiddetta analisi in “remoto“, (mai termine è stato così poco appropriato) credo bisogna valutare le condizioni psichiche con cui, in questo momento, si lavora. Anche se, con qualche riserva e obtorto collo, le comunità psicoanalitiche hanno accettato, da un po’ di tempo a questa parte le analisi via Skype con pazienti che già erano in trattamento, ritengo che oggi sia il vissuto, dell’analista e del paziente, che fa la differenza. In tutte le terapie ho riscontrato un sentimento di maggiore intimità e autenticità, e di vicinanza.
Un dato che mi ha colpito, per esempio, è relativo alle analisi didattiche, quelle fatte con allievi delle scuole di formazione. “Pazienti cotoletta”, li chiamo. Impanati, come le cotolette, dal bisogno di somigliare alla figura dell’analista, di riconoscersi nella comunità psicoanalitica dove stanno svolgendo il training. Alcuni di loro, sembrano perdere la loro autenticità e assumere una sorta di patina finta che oscura i loro aspetti originari. Come dovessero assumere un aplomb psicanalitico di “riconoscimento” dal gruppo, una specie di divisa per intenderci. Mentre parlano dalle loro case, sdraiati sul proprio letto, mentre raccontano che hanno impastato il pane con la nonna, o fatto la focaccia alla messinese coi fratelli o tagliato i capelli alla madre, o quando ascolto la preoccupazione palpitante mentre sentono l’ambulanza che si ferma vicino casa, trovo per la prima volta la loro origine. E mi chiedo quanto non sia stata responsabilità delle scuole di formazione psicoanalitiche, e degli stessi analisti, colludere con il loro senso d’inferiorità o con il loro narcisismo.
Sembra un paradosso, ma l’analisi “al telefono” mi ha permesso di conoscerli meglio che sul lettino. Persino il tono della loro voce, al telefono, è più spontaneo. Alcuni riconoscono che è al telefono che si parla con l’amica o col fidanzato e che il mezzo telefonico facilita una maggiore intimità.
Concludo, non per concludere. Molte cose ancora ci è dato vedere, se vorremmo – ma anche se non vorremmo – vederle. Col beneficio della metafora, molto peggio accadrà quando i figli rivendicheranno alla madre, divenuta matrigna, quello che ha sottratto.
Sono molto interessata al dibattito che, auspicabilmente, si aprirà e, paradossalmente, credo che la pandemia possa essere un’occasione unica per andare avanti, partendo dalla fine…