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La Tarda Età. Intervista a Maria Luisa Algini

Con il coordinamento di Daniela Lenzi

Riproduzione vietata
Di Silvia Casella, Roberta Fetti, Daniela Lenzi, Barbara Sbrana

Nel 2024 è uscito per le Edizioni Mimesis il libro di Maria Luisa Algini “Viaggiare l’età tarda. Sul valore della caducità” che nel 2025 ha vinto il premio Gradiva. È stato naturale farne una lettura ragionata e condivisa nel nostro gruppo di studio che ha per tema il legame nella consapevolezza dell’avanzare dell’età.

Così come per il precedente libro “Il tempo dell’orizzonte corto”, lo scritto di Maria Luisa Algini è prima di tutto un viaggio personale, la condivisione generosa del proprio Captain’s log, il diario del capitano, che registra le proprie osservazioni insieme ai dati della navigazione. È un viaggio che ci invita ad attraversare una regione della vita sulla quale ci sembra mai abbastanza il sostare; quel soffermarsi a riflettere e a ripensare, dopo avere percorso strade e visitato luoghi, per poter riprendere il cammino ed andare ancora avanti, arricchiti e più consapevoli per sé stessi e per il lavoro che ci porta ad incontrare ed esplorare il territorio dell’altro.

Dopo il tempo della lettura individuale il gruppo ha condiviso alcuni pensieri e formulato domande partendo da alcune considerazioni. Il terapeuta che entra in questa nuova fase della vita può cogliere di aver maturato una maggiore sensibilità e capacità di ascolto, ma ci sembra si trovi contemporaneamente ad elaborare dentro di sé una nuova precarietà ed un orizzonte corto anche rispetto al tempo del proprio lavoro. Insomma, l’essere nell’età ostica, può generare la consapevolezza di un nuovo proprio limite all’ascolto della sofferenza e del travaglio dei pazienti, proprio quando la maggior porosità della propria pelle psichica ne enfatizza il sentire. Leggere le pagine del libro ci aiuta ad acquisire la consapevolezza che il dato di realtà che riguarda l’avanzare degli anni di ciascuno di noi sia un elemento da elaborare per poter continuare ad usare la propria mente con il paziente. Se tanto lavoro analitico ha a che fare con l’elaborazione dei lutti sembra indispensabile elaborare il proprio lutto per l’ineluttabile vicinanza con la malattia e la morte. Ci siamo quindi interrogate su come tutto ciò influenza il lavoro clinico con i pazienti in relazione a diverse fasi evolutive ed involutive e con i colleghi.

Il procedere associativo, così familiare a chi ha fatto della psicoanalisi il mestiere di una vita, è divenuto metodo di scrittura a costituire la trama di cui è composto il libro. Lo stesso procedere associativo ci ha condotto all’incontro con la scrittrice per condividere i pensieri e le domande nate dalla lettura: interrogativi sulla nostra clinica e non solo, per esplorare cosa l’analista che invecchia scopre di sé stesso per continuare a stare in una posizione utile per i suoi pazienti ma anche ad indagare il fenomeno che, in misura sempre maggiore, porta persone nell’età tarda ad avvicinarsi a percorsi di analisi, individualmente ed anche in coppia e all’interno di dinamiche familiari che richiedono una riflessione intorno alle trasformazioni e ai significati del trascorrere del tempo.

La nostra “chiacchierata” si è aperta con il ricordo dei mesi nei quali è maturata in Maria Luisa Algini l’idea di scrivere questo libro: erano i mesi della pandemia, quando la consapevolezza della fragilità e del rischio per l’età raggiunta venivano dolorosamente restituiti ed era necessario farne tema di pensiero.

Sì, il libro – specifica l’autrice – ha preso forma subito dopo la pandemia, al ritorno da un viaggio in Islanda, un’esperienza che ti fa “sentire” il pulsare della vita e il legame con la terra. Non è un libro di psicoterapia dell’età tarda, piuttosto un’esperienza di scrittura auto analitica su un tempo che ho chiamato “tardo”, una parola piena di echi. Tardo non si riferisce solo all’età anagrafica, si può dire dei frutti di fine stagione, di stagioni che decollano tardive, di cose che si capiscono a distanza di tempo, di intuizioni e conoscenze che maturano “dopo”. Di ciò che sopravvive in noi quando qualcuno che amiamo se n’è andato per poco o per sempre. E tanto altro.

Per riuscire a rendere vissuti tanto impalpabili ho usato la metafora del viaggio, già titolo di un mio primo libro sulla psicoterapia infantile, e ho proceduto quasi per libere associazioni. Viaggi per il mondo facevano venire in mente esperienze con i pazienti, quelle richiamavano un autore, un romanzo, una poesia, una musica, e via dicendo. Attraverso questo intreccio di metafore associative, ho cercato di mettere a fuoco alcuni aspetti che mi paiono centrali nell’avanzare degli anni. Altri credo si colgano in controluce. Quello che avete esplicitato nelle vostre domande mi pare sia una preziosa possibilità di approfondimento di cui vi sono molto grata”

– Il libro ci è piaciuto molto perché apre nuovi pensieri, ci siamo riconosciute non solo come terapeute, ma anche come persone che stanno entrando in una nuova fase della vita con un vissuto legato ai tanti cambiamenti che ci sono e che verranno.

– Alcuni autori si domandano se sia ad esempio più opportuno che l’analista che segue un paziente anziano sia a sua volta dentro o vicino a quella fase della vita. Esiste una forma più o meno consapevole di selezione protettiva nello scegliere i pazienti da prendere in carico. Come si declina, secondo lei, questo nello specifico dell’età tarda dell’analista?

– Come intendere questo concetto di selezione protettiva?

– A fronte di una capacità di ascolto, di pensiero e di tenuta maggiore rispetto a quando si era più giovani, si sente contemporaneamente anche una maggiore fragilità e sensibilità, come se certi pesi fossero eccessivi, si sente di più la stanchezza e la fatica di riprendersi dopo ore di lavoro. Ci siamo chieste se in questa fase della vita si senta maggiormente il bisogno di proteggere la propria mente. Nella nostra discussione è anche emerso un parallelo con un’altra fase della vita di una donna: la maternità, a proposito della trasparenza psichica così come è definita da Monique Bydlowski.

– Nell’arco della nostra professione abbiamo incontrato tante situazioni che ci hanno particolarmente toccato nel personale, esperienze di vita che abbiamo ritrovato nei nostri pazienti. Quindi l’eventuale selezione dei pazienti da prendere in carico riguarda solo l’età tarda? C’è una differenza con questi altri momenti significativi della propria vita?

– Giocando con la parola ineluttabile abbiamo pensato che non si può veramente elaborare il lutto dell’età tarda perché il confine e il limite sono reali. Altri momenti della vita sono altrettanto sul confine e sul limite, ma ad esempio nell’esperienza della maternità, pur emergendo anche qui il bisogno di proteggere la propria mente, si va verso un futuro, nell’età tarda si ha a che fare con l’assenza del futuro.

Vi chiedevate anzitutto se l’analista che segue un paziente anziano debba a sua volta esserlo. Come a dire: se uno è troppo giovane può seguire una persona anziana? Da una parte è ovvio che non tutto dipende dall’anagrafe, e la questione dell’età dell’analista va inserita in un insieme ben più ampio. Ma, dall’altra, credo che, per esempio, con un paziente di 80 anni, ci sia una differenza di ascolto e di condivisione se un terapeuta si avvicina a quella età o è molto più giovane. Io non credo proprio che avrei potuto scrivere questo libro prima di essere avanti negli anni.

Poi c’è la “selezione protettiva”, questione importante che assume ogni volta valenze diverse.

Me la sono posta in modo drammatico anni fa, quando ho vissuto la lunga malattia e la morte di mio marito, di cui ho poi scritto ne “Il tempo dell’orizzonte corto. Sull’amore e il lutto”. Fin dall’inizio, mi sono chiesta se ce l’avrei fatta a stare in contatto con il dolore dei bambini che si esprime su registri tanto diversi da quello che stavo sperimentando. Ho continuato con i piccoli che avevo, ma non ne ho presi di nuovi. Ho ricominciato più avanti. Poi, via via che gli anni passavano, ho preso coscienza di altri limiti: il corpo e gli acciacchi dell’età urtano contro la necessità di adattarci alle mobilità del gioco con i bambini; lo stare con gli adolescenti che ti convocano molto velocemente su cose sempre nuove, ti fa dubitare di saper stare al passo con loro. Credo che il senso del limite maturi internamente, così come il bisogno di seguirlo. Più vado avanti, per esempio, non mi pare giusto cominciare analisi lunghe perché, pur stando bene, so di essere nell’età fragile.

Sono aspetti che aprono su un’altra domanda, molto delicata: fino a che età si può continuare a lavorare?

Da un lato vedi in faccia i limiti, anche quelli che dicevate, riguardanti tempi, quantità di ore, tipo di ascolto. Dall’altra, il nostro lavoro è un’immensa risorsa, una fonte enorme di vitalità. Nel libro (pag. 66) cito una lettera di Freud al pastore Pfister sul terrore del vuoto rispetto al “fantasticare e lavorare” e il desiderio di “morire con le armi addosso”.

Credo che con l’età si sperimenti anche una sensibilità diversa nell’approccio clinico. Avvertiamo come il capitale di esperienza accumulato aiuti a captare, sempre più lucidamente, i nodi e i rischi delle situazioni, e ci domandiamo più che mai se siamo capaci di accogliere e “lavorare insieme” il dolore, del paziente e il nostro. Anche questo avrà a che fare con il proteggere sé stessi?

– Dovrebbe essere una domanda che ci accompagna sempre nella nostra professione, in tutte le fasi della nostra vita.

– È vero, ma nelle altre fasi puoi dirti ricomincerò, qui non puoi dire ricomincerò.

– Seguendo il filo di questi pensieri la domanda successiva è: nella sua esperienza con i pazienti, come le sembra che il transfert e il controtransfert siano influenzati dal dato di realtà dell’invecchiamento dell’analista?

Mi chiedo anzitutto a quale età ci riferiamo.

Se è un giovane che dice “Ma lei chiude? Chiuderà?” mi chiedo: cosa si gioca in una simile domanda? Cosa sta succedendo nella relazione, cosa si sta vivendo dei propri genitori? Molti li hanno già anziani visto che si fanno figli ben oltre i 40 anni; o i bambini crescono con i nonni se i genitori sono in difficoltà: cosa si rigioca attraverso di noi? Cosa stanno scoprendo del limite della vita, della paura del futuro? Sarà poi un modo anche per parlare del separarsi? E noi, cosa mettiamo su di loro, quando ipotizziamo, per esempio, di prendere sempre meno pazienti giovani?

Nel libro parlo di pazienti in situazioni diverse, in un arco temporale che va dal cominciare a percepirsi “di una certa età” alla vecchiaia vera e propria. Pur non approfondendo aspetti clinici, quando avverto che scriverò dei pazienti (pag. 10) come “compagni di viaggio” “talora per somiglianza di vissuti, talora per differenza, o addirittura per contrasto, come in un preziosissimo e misterioso gioco di ombre”, in fondo alludo a dinamiche transferali e controtransferali vissute nella relazione che hanno alimentato il mio pensare e scrivere.

– Abbiamo riflettuto anche su quale ruolo più facilmente ci si possa giocare o il paziente ci attribuisca: il ruolo della nonna, della anziana saggia? Oppure quanto, ad esempio, ci possano vedere fragili, o magari, nascosto, anche il desiderio di farci morire: il fatto che il fisico rifletta il tempo che passa può generare nell’altro reazioni diverse.

– Adesso sto vedendo due persone sui 65 anni, riscontro molto questo discorso sul cosa si rigioca dei propri genitori: il confronto tra come loro stanno invecchiando e come ricordano i loro genitori che diventavano vecchi. Ad esempio, per alcuni c’è il terrore dell’Alzheimer che hanno visto devastare i propri genitori. Una paziente mi ha detto: “Mi sono guardata allo specchio una mattina e mi sembrava di vedere la faccia di mio padre”. Diventando anziani il corpo porta a confrontarsi maggiormente con ciò che si ricorda del proprio genitore anziano.

– Molti analisti si domandano quando chiudere la propria attività. Ci sono, secondo lei, dei segnali da cogliere per portare a conclusione il proprio lavoro, sia nella relazione di cura che nel lavoro di supervisione?

– Sono già segnali quando ci si dice “di qui in poi non inizio più un’analisi lunga”, oppure “questi sono gli ultimi giovani che vedo” se non di smettere, almeno di diminuire forse anche per proteggere la propria mente.

Parlavo prima dei segnali interni, non penso ci sia una ricetta, per quanto riguarda i pazienti. Circa le supervisioni e l’insegnamento c’è un’altra questione che sento molto: non solo quando e come passare il testimone, ma anche come preparare le persone a prenderlo. Ne tratto negli ultimi capitoli del libro, soprattutto in “Tra più eredità”. Come posso mettere a disposizione degli altri quello che ho conquistato? Come preparare colleghi che possono continuare ciò che sto facendo, cosciente che lo trasformeranno, e lo faranno a modo proprio? Non è né semplice, né indolore, ma mi sembra una via terza tra il chiudere tutto e il far finta che gli anni non passino.

L’Istituto Winnicott cui appartengo e insegno è stato fondato nel 1976 e un gruppo di noi ha vissuto l’esperienza iniziale con i Maestri fondatori: Giannakoulas, Giannotti, Novelletto, Grimaldi, De Astis, Fé D’Ostiani e i tempi d’oro dell’Istituto di neuropsichiatria infantile di Giovanni Bollea con gli apporti di tanti “grandi”: Frances Tustin, Marion Milner, Bollas e molti altri. Ci chiediamo come fare a far conoscere e lasciare traccia del capitale di pensiero che ci hanno trasmesso, del modo con cui loro ci hanno formati.

Questo credo si possa fare solo nell’età tarda, prima si vive con meno consapevolezza il tempo che intercorre dalle origini.

– Ho vissuto, se pur un po’ a lato, l’atmosfera di quel periodo di grande creatività, fervore intorno a quei maestri. Mi chiedo che cosa se ne possa fare della malinconia di quel tempo.

– Malinconia o nostalgia?

– Mi viene da usare più malinconia perché è un tempo che è stato vissuto, ma è terminato anche se non perso del tutto.

Anch’io sento più una malinconia, qualcosa che è legato a un tempo della vita che è proprio terminato. Si può conservarne una memoria, ma là si era nel vivo di un’esperienza.

– Pensavo all’articolo scritto da Vittorio Lingiardi in cui racconta dello svuotare la casa dei genitori: il senso della malinconia, di una esperienza passata, di qualcosa che non c’è più e di come poter dare significato a ciò che si deve abbandonare e a ciò che invece si può riutilizzare, ricreare.

E’ un buon esempio, ho però l’impressione che si tratti di un’altra complessità, che passa per le cose e il destino di oggetti significativi. Rispetto a quanto diceva Silvia, a me è risuonato molto il tema della malinconia. Oltretutto mi chiedo: “cosa capivo allora di tutte le cose preziose che avvenivano?” Forse ho perduto molto di esse, lo sto capendo “tardi”.

– Abbiamo ricordato la ricchezza di un ambiente psicoanalitico che appartiene ad un’epoca, ad una società oggi molto cambiate. Erano anni di fervore e di conquiste. Quanto può allora condizionare il tipo di società e di cultura nella quale viviamo il modo di percepire e vivere la vecchiaia?

Domanda centrale ma vastissima. Mi chiedo come l’avete pensata.

– Probabilmente è nata dalla nostra riflessione iniziale sul tabù della vecchiaia e dell’invecchiamento. Il tenere a distanza il tema della morte nella nostra società, la negazione implicita di questi temi.

Più che un interrogativo, allora, la domanda mi sembra un’inquadratura indispensabile. Proprio perché impera tale atteggiamento, ha ancora più senso quanto ci stiamo dicendo.

– Non le pare, però che, rispetto ad un tempo, siano in percentuale sempre maggiore le persone di una certa età che chiedono aiuto e arrivano nei nostri studi?

Sicuramente. Una volta da parte degli psicoanalisti, c’era un atteggiamento diverso. Si pensava che dopo una certa età non ci fosse flessibilità, né possibilità di cambiamento. Ma cambiamento rispetto a cosa? Anche con i bambini spesso abbiamo una fantasia onnipotente, come se, vista l’età, si potesse ristrutturare un modo di essere; poi scopriamo che le trasformazioni possibili si giocano entro certi limiti della persona e dell’ambiente. Il problema, dunque, è trasformare il trasformabile entro e grazie a quei limiti, affinché la sofferenza possa divenire sopportabile e maturativa.

Certo, ci sono anziani e anziani. Alcuni riescono a lavorare su se stessi da subito, altri all’inizio vengono per lamentarsi, perché nessuno li ascolta. Non è detto che anche questo non possa trasformarsi, bisogna capire – come sempre – cosa cerca quella persona.

 I casi che ho portato nel libro sono esemplificativi di persone desiderose di affrontare nodi molto dolorosi. La signora che si deve occupare del marito con l’Alzheimer; colui che vorrebbe risolvere cose che si trascina da una vita e“più si va avanti e peggio è”; chi è appena rimasto vedovo, chi crolla per i comportamenti del coniuge e si trova la vita cambiata; chi ha il terrore di invecchiare come la propria madre. Ma anche la cinquantenne che si angoscia scoprendosi “di una certa età” o chi, pur giovane, aspetta un trapianto. Quando comincia l’età tarda?

Ciascuno ha una domanda specifica: perché non raccoglierla? Credo siano attive delle grandi risorse se si arriva a chiedere una psicoterapia. Certamente è necessario pensare il tipo di lavoro possibile e utile. Non stiamo parlando dell’analisi classica a molte sedute sul lettino, ma di usare lo strumento analitico per quello che serve alla persona in quel suo tempo di vita. I frutti “tardivi” sono preziosi.

– La lettura del suo libro è avvenuta per noi in corrispondenza dell’acutizzarsi del dramma della guerra in Ucraina e della devastazione di Gaza, a cui, anche nel suo libro, fa riferimento. Questi drammi epocali – gli stessi che circondavano Freud nel momento in cui scriveva Caducità – quali affetti e pensieri suscitano all’analista che appartiene ad una età tarda? La sua esperienza non solo umana ma di analista giunta in “età tarda” la fa sperare ancora rispetto all’umano?

Se non sperassimo più dovremmo sotterrarci, non vi pare?

– Sono rimasta molto colpita dalla sua risposta sul passaggio del testimone. Il suo pensiero rispetto al farsi carico di passare il testimone credo sia una risposta di speranza. E’ vero, c’è la malinconia rispetto ad un passato importante, ma nel passaggio del testimone, nel consegnare il futuro a chi continuerà questa nostra eredità si prevede l’elemento della speranza, l’idea che qualcuno possa andare avanti e costruire cose altrettanto importanti. Altrimenti si rischia un po’ lo stare rivolti solo al passato.

Visto che noi lavoriamo anche con bambini e adolescenti ci siamo chieste che rappresentazione abbiano oggi i bambini e gli adolescenti della vecchiaia. Poi abbiamo confrontato il suo testo con altre nostre letture su questa fase della vita che trovano similitudini tra vecchiaia e adolescenza. Alcuni autori – H. Haint ripreso nel testo “L’età e il principio di piacere” di G. Le Goues per Alpes o, ancora nello stesso testo, l’analista Montero che parla di maturiescenza – ritengono che gli anziani hanno problemi simili a quelli degli adolescenti e che spesso si ripetono i conflitti vissuti in adolescenza. Nel saggio di Francesco Stoppa “Le età del desiderio – adolescenza e vecchiaia nella società dell’eterna giovinezza” per Feltrinelli, si avanza, tra le altre, la tesi che l’adolescenza e la vecchiaia siano snodi dell’esistenza nei quali i riferimenti di sempre saltano e occorre rinegoziare le cose col mondo, con gli altri, con il proprio corpo alle prese con trasformazioni esterne ed interne. In adolescenza centrale è il processo di elaborazione del lutto del corpo infantile, in tarda età come avviene l’elaborazione del lutto di un corpo adulto che si avvicina alla fragilità e al limite fisico e mentale? Leggendo il suo libro rimandi continui ci hanno fatto pensare all’incontro con l’adolescente e i suoi travagli ma anche con la famiglia che ha figli in questa fase della vita, la “famiglia adolescente” come la chiamano diversi autori. La nostra azione clinica può aiutare a risignificare e superare le fatiche dei ragazzi, aiutandoli a dire di sì alla vita e a salire sulla scena trovando il proprio posto sia in famiglia che nella società. Il lavoro con la famiglia anziana può avere come obiettivo il trovare risorse con cui adattarsi ai continui, sottili cambiamenti che genera il tempo che passa per prepararsi al pensiero dell’uscire prima o poi di scena?

Che cosa possiamo aver imparato dal lavoro con gli adolescenti e le loro famiglie che può esserci utile nella riflessione sull’età tarda? Possiamo immaginare di rinominare allora “terza nascita”, seguendo la suggestione di Pellizzari, il frutto del lavoro di elaborazione a carico del terapeuta che incontra pazienti anziani?

Rispetto al lavoro con la famiglia anziana, si apre un campo che nel libro non ho toccato e sono in difficoltà ad affrontarlo in questa breve intervista.

Circa l’abbinamento adolescenza e vecchiaia, mi pare ci siano punti di contatto stimolanti e differenziazioni necessarie. Purtroppo, non conosco il libro di Stoppa, lo leggerò. L’esperienza del corpo è centrale in entrambe le età, ma quella dell’adolescenza mi sembra molto diversa. Là vivi una trasformazione, pur molto travagliata, in una direzione di crescita, di eccitazione, di attesa futuro, di maternità e paternità possibili. Scopri la sessualità in tante declinazioni. Nell’età tarda hai un già vissuto del corpo sessuato, che può essere fonte di soddisfazione, frustrazione, rimpianto o nostalgia, ma è già avvenuto. Molte possibilità sono finite, devi affrontare le incognite non del sorgere di possibilità del corpo ma del loro declinare. La prospettiva, a mio avviso, fa una grandissima differenza.

– Quando parlavamo di questo a me è venuto in mente che quando si nasce la psiche invade il corpo. Quando si è adolescenti è il corpo che invade la psiche. Allora noi potremmo anche dire che il corpo invade la psiche dell’anziano in un modo completamente diverso, nel senso che è di nuovo molto presente, ma perché porta tantissimi segni e anche tante ferite. Non mi convince l’idea di terza nascita a proposito della vecchiaia.

Forse bisogna chiederci come intenderla la terza nascita: come un cambiamento, a tanti livelli, nel rapporto tra la mente e il corpo?

Nel libro credo di avere descritto aspetti di questo travaglio. Ci sono vari capitoli, soprattutto: “Passioni spente”, “Tutti i sensi all’erta”, “Venti di noia” e altri. “Passioni spente?” è stato un argomento difficilissimo che sono riuscita a toccare attraverso vari scrittori: Annie Ernaux, Jane Campbell, Kent Haruf e altri. Come si fa a parlare di un corpo che ti sfugge?

Nella psiche c’è un conflitto tra il desiderio che continua a premere e un “nuovo” corpo, con nuovi limiti: anche se sta bene, è comunque deficitario di quelle cariche erotiche, attrattive e seduttive, che poteva avere prima. E’ il connubio corpo-desiderio che diventa cruciale e, come già dicevo, a me pare un aspetto comparabile solo in parte con quello dell’adolescenza. Cosa dicevate tra voi discutendone?

– Io forse sono molto condizionata dall’incontro di corpi di adolescenti che sono pieni di potenzialità ma nello stesso tempo sono corpi molto provati, negati, maltrattati. Sento molto la fatica del corpo dell’adolescente, forse anche per i pazienti che ho in questo momento. L’idea della terza nascita nasce dal pensiero di poter elaborare sia con l’adolescente che con l’anziano questi stessi vissuti di perdita: trasformare il trasformabile. Anche nella terza età c’è un materiale trasformabile, lavorabile, nonostante le perdite di cui stavamo dicendo adesso, le impossibilità, le rinunce, l’accettazione del limite.

– Ad un certo punto abbiamo parlato della possibilità che il lavoro nella vecchiaia possa essere quello di dare senso piuttosto che lavorare, come in altre età, sulla speranza.

– Il corpo cambia, cambia la sua sensibilità? Forse l’eccitazione erotica lascia il posto ad una sensibilità diversa, attivata dagli abbracci e dalle carezze magari di un nipotino. In questo senso mi piace pensare ad un ascolto ancora attivo del corpo attivato da sentimenti di tenerezza.

Allora l’anello di congiunzione tra le due età sarebbe comunque la complessità, pur diversa, del lavoro che il corpo impone alla psiche? La clinica evidenzia che molti adolescenti hanno problemi proprio nel corpo, da quelli alimentari al self cutting, all’accettazione della propria identità sessuata. Anche lì c’è un problema di accettazione del corpo, non si sa bene se si può sentirlo proprio o estraneo: e come farlo proprio, farselo piacere e usarlo in senso pieno? L’esperienza sessuale in quell’età spesso è brutalmente erotica, di un corpo prestante ma senz’anima, vuoto di affettività e vicinanza intima.

Anche in una coppia che diventa anziana si può vivere l’estraneità: il corpo dell’altro può diventare estraneo perché malato o perché invecchia prima, non è più prestante o teme di non esserlo. Per questo forse gli uomini cercano spesso ragazze più giovani e le coppie, pur anziane, si sfasciano? In fondo, vedere il corpo, il volto dell’altro “vecchio”, ti rimanda al tuo, e se non c’è una relazione profonda, che aiuta a vedere “oltre” il corpo cambiato e a sostenersi su altre basi, il rispecchiamento diventa insopportabile.

– Lei scrive “Lo stupore e lo specchio”. La difficoltà di riconoscersi nella nuova immagine che lo specchio ci rimanda, ciò che dovrebbe essere più familiare e, al tempo stesso, non più familiare, è doppia, perché anche l’altro può risultarci non più familiare. Questa continua oscillazione tra ciò che è familiare e ciò che non lo è, lo scollamento tra quanto si vede e quanto si vorrebbe continuare a vedere di noi, come può modificare la relazione, il legame di coppia? E ancora: accettare la propria ambivalenza sembra uno dei frutti nagori più delicati e preziosi dell’età tarda. Questo è nella coppia un passaggio fondamentale perché è più forte, si può sentire l’alterità dell’altro, quindi il bisogno di attaccarlo, di allontanarlo, ma anche di chiudersi in una coppia ermetica che si difende dall’esterno vissuto come pericoloso. Cosa ne pensa?

Questo passaggio mi sembra proprio la posta in gioco! L’ambivalenza si gioca a tanti livelli, personali e di coppia. Nel libro provo a descriverla anche con l’immagine delle cascate Vittoria: le vedi immense, i nativi le chiamano “il fumo che tuona”. Poi guardi dove quella quantità enorme di acqua è caduta e scorgi un fiumiciattolo, quasi un ruscelletto. L’acqua è la stessa, ma è cambiata la conformazione del territorio: il fiume continua un lungo corso alimentando mille forme di vita, ma in modo silenzioso, non più possente e roboante.

Nell’età tarda c’è da accettare che non siamo più quello che eravamo, o che c’eravamo illusi di essere. Il sentimento di onnipotenza legato all’ebrezza del vivere deve fare i conti con le trasformazioni e il fatto che c’è una fine più vicina. E’ una realtà che ciascuno deve affrontare personalmente, e quando si è in due diventa anche una vicenda di coppia: la relazione può farsi più stretta e profonda, ma essere pure travolta da rifiuti, incomprensioni, fughe o altre vicende dolenti. I fattori in gioco sono tanti. In ogni caso, c’è da accettare che viene meno la parte fulgida, personale e di coppia, per lasciar posto a un “essenziale” tutto da scoprire: cosa si fa “essenziale” nell’ultima parte della vita?

Un dato che accomuna tutte le situazioni e le età è il dolore, esperienza su cui mi ritrovo sempre di più a riflettere. Noi analisti passiamo la vita ad occuparci del dolore nelle sue tante coniugazioni, alla ricerca di vie per alleviarlo facendone qualcosa. Perché? Credo sia un modo con cui continuiamo a esplorare il senso del vivere e a valorizzare la vita finché c’è, in tutte le sue forme.

– Il nostro obiettivo non era puntare lo sguardo sulla clinica, ma era proprio aprire pensieri, riflessioni sull’età tarda. Quindi, grazie per averci dedicato questa serata.

– Grazie a voi, vi sono molto grata. La scrittura è un’esperienza bellissima ma anche molto travagliata, non sai mai cosa susciterà in chi legge. Condividere questi pensieri e aprirne tanti altri è stato un dono.

In conclusione…

Abbiamo compreso, leggendo questo testo e confrontandoci con Maria Luisa Algini, che è necessario progettare nuovi viaggi. Si sono aperti orizzonti su campi da esplorare per disegnare nuove cartografie e rinnovare le precedenti visto che il territorio, nel tempo, si modifica.

Superato il tempo della pandemia che ci ha impedito il viaggio fin dall’incontro con il nostro vicino, oggi il mondo continua a subire zone di interdizione a causa di una conflittualità che sembra sempre più dilagante e divisiva rendendo alcuni territori di difficile, se non di impossibile, accesso. Altrettanto potrebbe accadere a zone della nostra mente e della nostra vita di relazione: un accesso precluso, strade impervie o intransitabili per il timore di scoprire forse l’ineluttabilità. Progettare nuovi viaggi è allora anche l’idea di non viaggiare da soli e di confezionare con cura un viaggio che sia anche quello di insegnare a prendere il testimone, di lasciare a qualcuno che ne avrà cura e farà evolvere la memoria e il capitale di pensieri della propria generazione. Questo porta ad immaginare una via terza che può auspicabilmente superare le frontiere dove è impedito il libero passaggio e far tornare così a viaggiare nei territori che appaiono ai più intrisi di sentimenti di perdita e malinconia.