di Sara Micotti
Una coppia sta diventando famiglia: l’uomo contiene con il suo corpo la donna pensierosa, morbida, accovacciata. I muscoli dell’uomo sono tesi, il suo sguardo aperto verso il futuro. Il bambino non è ancora nato, ma Egon Schiele (Famiglia,1918) lo immagina con tenerezza. Nell’autunno del 1918 la coppia, con il bambino in divenire, muore a causa della epidemia di influenza spagnola.
Non siamo soli, oggi, a vivere il presente, il senso di fragilità e sospensione, il bisogno di continuare a ricercare la bellezza e di apprendere dall’esperienza. Come terapeuta delle famiglie con bambini piccoli, all’inizio del lockdown mi sono subito chiesta come mantenere il legame. Come mantenere vivo il processo terapeutico e dare ai piccoli pazienti – già segnati nelle loro storie da vissuti di abbandono e di angoscia – un’esperienza di continuità, in un momento così straniante. Ma non basta mantenere il legame. Occorre attivare una effettiva progressione lavoro clinico. Ci sono colleghi più fiduciosi verso le terapie on-line e altri preoccupati dalla differenza di setting e dalla mancanza di vicinanza fisica. In ambito italiano, il lavoro di Elisabetta Cattaneo (2017) To skype or not to skype? Lo spazio delle terapie a distanza in ambito psicoanalitico propone alcune riflessioni circa l’utilizzo degli strumenti digitali nel lavoro clinico, una rassegna della letteratura e alcune esemplificazioni cliniche.
Nella nuova edizione di Psychoanalysis Online, a cura diJill Scharff (2015), sotto l’occhio vigile di Freud che ci guarda dal monitor, è presente un lavoro sulla tele-psicoanalisi con pazienti pre-adolescenti, dove la statunitense Caroline Sehon illustra l’efficacia di cicli di sedute da remoto, svolte con due teenagers per un certo periodo di tempo. Sfogliando il motore di ricerca PEP- Web non si trovano invece discussioni di casi clinici con bambini più piccoli, quelli con i quali la terapia si sviluppa attraverso un giocare insieme nella stanza d’analisi e un co-costruire storie che nutrono ed espandono la comunicazione inconscia. Francesca, tre anni, è iperattiva nella prima metà delle sedute online. Accanto a lei la madre e il padre, sofferenti e angosciati.
Penso che corrono il rischio di smarrirsi o di avere incidenti domestici. Il lavoro di psicoterapia familiare dà un contenimento sia ad alcune ansie dei genitori sia a quelle della bambina. Prendo dalla biblioteca di casa il libro Dove sono tutti? per offrire un primo contenitore narrativo alla turbolenza in atto. La mamma aiuta Francesca ad appassionarsi all’ascolto. Si accende in lei il desiderio di raccontare la storia del suo gattino, che cade e cade, prova ad aggrapparsi a una navicella, ma cade ancora, finché attraverso lo schermo non gli offro un pezzetto di stoffa verde, il salvagente. La gattina mi dà un bacio. Abbiamo sperimentato insieme stati di persecuzione e li abbiamo trasformati in creatività e contatto: la navicella e il salvagente sono potenti metafore del presente e sembrano istituire un ponte tra corporeità e pensiero. Se la psicoanalisi oggi con Ogden, Ferro, Civitarese segue un paradigma ontologico (lavorare nella direzione dell’essere e del divenire) piuttosto che un paradigma epistemologico (lavorare nella direzione del conoscere e dell’interpretare), ecco allora che la presenza dei corpi in una stanza può essere temporaneamente sospesa, a favore del mantenere vivo il campo analitico, del mantenere una relazione terapeutica che continui a far nascere esperienze creative e prima non pensabili. Questo innesca la gioia del pensare.
* Sara Micotti, PhD, è psicoterapeuta psicoanalitica esperta nella terapia di bambini, adolescenti e famiglie, membro della PCF e della EFPP (European Federation for Psychoanalytic Psychotherapy). È direttore scientifico del settore psicoterapia del Centro Benedetta D’Intino Onlus, Milano e redattrice della rivista Interazioni. www.saramicotti.com