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Pensare a distanza ma insieme

Con il coordinamento di Ludovica Grassi

Riproduzione vietata
Silvia Casella, Roberta Fetti, Daniela Lenzi, Barbara Sbrana

Nei giorni scorsi diversi organismi istituzionali e associativi che ci rappresentano hanno avanzato la proposta di effettuare consulenze gratuite in questo periodo cosi particolare e unico di emergenza sanitaria e sociale.
Ciascuna di noi si è interrogata sul proprio sentirsi chiamata in causa, elaborando una propria posizione in relazione ai rispettivi interlocutori.
Poi ci è giunta la lettera dei docenti del Corso di Psicoanalisi della Coppia e della Famiglia riguardo la possibilità di offrire gratuitamente spazi di ascolto a distanza per incontrare coppie e famiglie.
Questo per noi ha significato una immediata attivazione di un pensiero gruppale anche perché l’emergenza aveva già rinnovato e rinforzato l’esigenza di riflettere insieme ed in maniera strutturata su ciò che ci stava accadendo come clinici di individui, coppie e famiglie. Il nostro pensare insieme ha inizialmente generato solo interrogativi e dubbi.
Qual è il target a cui si potrebbe rivolgere la nostra offerta, rispetto ad altre proposte di altri colleghi o istituzioni?
Ci sono colleghi, anche del SSN che rivolgono il loro intervento a chi è stato toccato dal coronavirus perché già contagiato, o in quarantena perché familiari di pazienti già ricoverati. Oppure a medici, infermieri, personale sanitario attualmente impegnato nel difficile lavoro negli ospedali e nei luoghi di cura. Persone che in questo momento lavorano fino allo stremo rette forse anche da aspetti di onnipotenza o di “eroismo” caratteristici di certe professioni e che tuttavia obbligano anche a negare o almeno a “tener separati” gli aspetti fragili e di paura e di terrore. Abbiamo pensato ai molti medici e infermieri costretti a vivere lontani dalle loro famiglie, adattando necessariamente le vite di tutti loro.
Il nostro intervento sarebbe invece messo a disposizione della popolazione in generale?
Ma questa catastrofe che ci sta accadendo è forse paragonabile a quelle su cui altri colleghi hanno imparato in questi anni ad intervenire? È come un terremoto che ha colpito tutto il nostro territorio, lesionando alcune case più di altre, obbligando a vivere tutti in spazi più ridotti, rinunciando a tante opportunità fino a ieri scontate? Dobbiamo allora improntare un lavoro sull’emergenza? Ma come adattare i nostri strumenti – per cui siamo soliti prenderci tempo per l’accordatura – prima di sentirci esecutori intonati?
Ci accorgiamo che sono interrogativi dominati dal timore: può chiamare chiunque, probabilmente anche persone con pregresse problematiche esacerbate dalla situazione attuale. Cosa si può fare nei 3/4 incontri immaginati? Come gestire le richieste avanzate da un componente in nome della coppia o per la famiglia?
Sentiamo forte la necessità di una rete capace di sostenere il professionista reso ancora più solo di quanto non sia già nel suo quotidiano, di fronte alle richieste che gli possono sopraggiungere in questo momento prefigurando carichi emotivi troppo gravosi da portare da soli. Carichi emotivi che anche noi stiamo vivendo e con i quali proviamo a fare i conti nel quotidiano delle nostre relazioni affettive. Come starà già risuonando tutto questo all’interno del nostro lavoro e come integrare tutto questo introducendo ulteriori variabili?
Sono sicuramente rappresentazioni di elementi di realtà ma anche di fantasie che condizionano e frenano le nostre disponibilità.
E il pensiero si sofferma quindi sull’aspetto della gratuità dell’intervento.
Ancora una volta gli psicologi liberi professionisti, che saranno tra le categorie in sofferenza dal punto di vista economico a causa di questa situazione emergenziale, si devono sentire in dovere di dimostrare l’utilità del proprio lavoro confidando in una migliore considerazione futura da parte delle istituzioni che sempre sottovalutano il valore della salute psichica degli individui e delle famiglie. E come porsi rispetto ai propri pazienti che continuano a pagare le loro sedute online? Non sentirebbero anche loro il diritto di avere gratuitamente il nostro tempo e il nostro pensiero?
Anche la rabbia e l’angoscia circolano animatamente nei nostri scambi.
Ma nel gruppo si può anche tornare a funzionare, attivando proprio la funzione di porre pensiero là dove spazio per il pensiero potrebbe non essercene più.
Nei nostri scambi circolano angosce, rabbie, emozioni che si nutrono dei nostri vissuti, anche noi vittime del coronavirus, e allora diventa centrale mantenere una rete tra di noi che ci permette una doppia elaborazione del trauma: non solo dei pazienti ma anche nostro.
Stiamo osservando che il filo del lavoro con i nostri pazienti non si spezza nemmeno quando questi non riescono ad accettare modalità di colloquio temporaneamente diverse. Un filo tenuto vivo anche con una telefonata e un messaggio che richiedono tuttavia un impegno continuo, a volte faticoso, per tenere tutti, sempre, nella mente. Ci sembra che questo impegno produca comunque risultati buoni e permetta ad individui e famiglie di trovare risorse per gestire ciò che non avremmo mai pensato.
Ci vengono alla mente altre esperienze dove i traumi possono trovare senso e possibilità di cicatrizzazione grazie al deposito che può avvenire nella mente-contenitore di un terapeuta, nei legami che si stabiliscono in un lavoro di cura.
E così, nel dialogo, questa proposta può cominciare ad assumere una luce anche diversa dove il senso e l’importanza che noi attribuiamo al nostro lavoro può lenire la nostra rabbia e le nostre angosce.
È ciò che osserviamo nei nostri pazienti l’elemento che ci invita ad allargare la nostra disponibilità. Sappiamo che il tempo futuro porterà problemi più complessi, conseguenze a lungo termine, riduzione delle risorse ma già da ora il nostro compito sembra essere quello di mantenere viva la speranza contagiando, se possibile, i nostri rappresentanti, l’Ordine, il SSN.
Anche quello che stiamo tutti vivendo in questo momento può essere allora elaborato, può indurre nuovi pensieri, può mettere in moto risorse forse inaspettate se ci sono luoghi dove depositare e pensare insieme le paure, l’impotenza, la rabbia; per gli altri ma contemporaneamente e necessariamente anche per noi.
E allora pensiamo al nostro lavoro come un ponte tra un passato e futuro. Se ora ci incontriamo attraverso queste nuova modalità è perché siamo in attesa di poter riprendere gli incontri nei nostri studi, di poter riprendere le nostre vite. Mantenere gli appuntamenti assume un significato di speranza: ci vedremo ancora la prossima volta, saremo ancora qui e potremo ancora stare insieme. Offrire questa possibilità anche ad altri allarga la platea di questa speranza.